ERIC MOUSSAMBANI: Il MIGLIOR-PEGGIOR ESEMPIO

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Il mio rapporto con i 100 stile è controverso come quello di due fidanzati litigiosi. E’ la gara che amo di più in assoluto, perché amalgama diversi fattori importanti: si nuota a stile libero, che è lo stile più logico; è una prova di velocità, ma non è velocità pura: c’è un pizzico di gestione, quel minimo che le toglie l’aleatorietà che la relegherebbe ad una prova di fortuna, e le conferisce il titolo di gara principe. Ma è anche la gara che temo di più, perché mi è capitato di affrontarla in modo non corretto e ne ricordo ancora la fatica estenuante.

Dopo esserne rimasta ‘scottata’ (per quanto l’immagine si addica poco ad una prestazione sportiva in acqua) l’ho evitata per diverse manifestazioni. Il 100 stile è la mattina? io verrò al pomeriggio. La fanno sabato? allora vengo di domenica. Non è che non voglio fare i 100 stile ma… segue elenco di giustificazioni improbabili. Proprio come due amanti che hanno bisticciato. Poi mi è successa una cosa: ho letto un articolo su tale Eric Moussambani. La sua è storia nota ai più, ma per me era sconosciuta.

Molto sinteticamente, alle olimpiadi di Sidney del 2000 si presenta questo atleta con una wild card, una sorta di categoria protetta riservata ai paesi dove il nuoto è poco praticato. L’atleta, sottratto ad altre discipline e iniziato al nuoto, viene iscritto nei 100 stile libero. Si presenta a Sidney che ha imparato a nuotare pochi mesi prima, e si è allenato in impianti non convenzionali.

Ho cercato il video su You Tube (lo trovi qui) e me lo sono guardato e riguardato. Parte in ultima batteria, quella destinata ai più lenti. Non è nemmeno completa, ci sono solo tre atleti su 10 corsie, ma va a finire che gareggia lui solo perché gli altri due vengono squalificati per falsa partenza. Gli organizzatori non sacrificano nemmeno un atleta della penultima batteria per bilanciare le formazioni.

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Il giudice fischia, Eric si alza spedito, quasi impaziente, privo di tensione. Normalmente gli atleti temporeggiano come i condannati al patibolo lungo il tragitto tra la sedia e il blocco di partenza: sistemano gli occhialini, controllano l’aderenza del costume, asciugano il blocco.

Fanno melina insomma, per radunare tutte le energie, fisiche e mentali. Lui, Eric, no: la cuffia nemmeno ce l’ha, l’elastico degli occhialini lo lascia pendente e quello del costume slacciato e volante. Non importa se rispetta il regolamento dei fischi per la partenza: a nessuno importa delle sue irregolarità, sembra che tutti sappiano già che non supererà mai le fasi eliminatorie.

Lo starter dà il via ed Eric parte con un tuffo discreto; i primi 25 m, la prima delle quattro frazioni della gara, vengono percorsi con lo zelo del neofita: a tutto gas, senza respirazione o quasi, la nuotata è complessivamente composta. Nella seconda frazione inizia ad avvertire la fatica: la nuotata mantiene il livello di compostezza ma smette di coordinare la respirazione. La testa rimane alta, come nella pallanuoto, dove devi osservare la posizione della palla e gli avversari, che qui però non ci sono. Raggiunge il muro, che gli dà un barlume di speranza, di essere già a metà dell’opera.
Vira, e lo fa tutto sommato bene, poi inizia il ritorno.

Dalla nuova posizione riesce ad osservare la distanza che gli resta da percorrere: lui ha già bruciato tutte le sue energie, io lo capisco bene quello sconforto che ti prende, ti chiedi a quale santo conviene votarsi per ritornare indietro.

Eric non ha mai disputato i 100 m stile libero prima d’ora in vita sua, ma già nella sola frazione di andata ha avuto modo di rendersi conto del rapporto tra spazio, tempo e consumo di energia: lo slancio del tuffo è esaurito, le energie sono state consumate, devi continuare con le tue forze, quelle che non hai più. Così Eric riprende a nuotare ma sembra la moviola di quello che ha fatto l’andata. Nella terza frazione la nuotata si scompone: la testa è sempre alta e le gambe vanno una a rana e una a stile, fa una sforbiciata ben poco funzionale in termini propulsivi. Arriva l’ultima frazione: fino ai 75 m siamo tutti uguali, è da lì in poi che si vede la differenza.

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Ma lui gli avversari della corsia a fianco non ce li ha; se hai uno vicino ti fai coraggio: soffro io, significa che starà soffrendo anche lui, no? Ti sembra che qualcuno abbia schiacciato il tasto stop sulla tua corsia e che l’altro sia rimasto in play, ti sembra che la vasca sia stata messa in salita, ma ti fai forza e cerchi di tenere il suo passo.

Eric invece è rimasto a fare i conti con l’acido lattico, il più temibile degli avversari. Ai 75 m non ce ne è davvero più. Quando arriva al filo dei 15 m l’acido lattico è ai livelli massimi, da qui in poi il pubblico potrebbe essere tentato di tuffarsi e salvarlo perchè sembra rischi l’annegamento. Impiega 32″ solo per gli ultimi 15m, quando per i primi 25m gliene erano bastati 17″.

Non coordina più nulla: braccia, gambe, testa vanno ciascuno per la propria strada; uno normale si sarebbe fermato a prendere fiato, tanto cosa cambiava? Io riguardando il video, arrivata a questo punto mi sento sopraffatta. Perché se hai uno di fianco ti senti in buona compagnia: se alla tua destra, o sinistra, c’è uno di quelli che in pre-chiamata aveva scherzato con te diventa una sfida a due. Ma se non hai nessuno, se sai che comunque sei l’ultimo al traguardo …

E qui inizia il miracolo: il pubblico lo incita e lui, nonostante tutto, nonostante veramente tutto, arriva in fondo. È un’ovazione. Io questo video l’ho guardato e riguardato numerose volte (lo trovi qui): mi hanno sempre insegnato a guardare i migliori ed imparare da loro. In termini di prestazione assoluta ha poco da insegnare, ma se guardiamo lo sforzo e la determinazione che ha profuso per portare a termine questa gara, beh, per me è un esempio, un modello. Un monito che quel tasto in pausa non viene premuto solo sulla mia corsia. E così io e i 100 stile abbiamo fatto pace.

di Elena Rigon

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