Swimming Story di Silvia

“Inizai a nuotare da piccola, tra le onde del mare, protetta tra le braccia dei miei genitori. Quando avevo 8 anni mi iscrissero in piscina per curare un inizio di mal di schiena. E’ così che tutto ebbe inizio. Passare tutto quel tempo in acqua mi affascinava, il profumo di cloro, l’acqua blu … non avrei voluto nient’altro dalla vita. Nuotare e ancora nuotare, era tutto quello che desideravo.

In quegli anni vivevamo a Catania, ero iscritta alla squadra pre-agonistica. Quando andavo in piscina ammiravo gli agonisti e pensavo che forse, un giorno, avrei potuto allenarmi con loro. Passò un po’ di tempo, iniziarono ad arrivare i primi risultati e il mister mi propose di entrare in agonistica. Nuotare tutti i giorni, allenamenti più impegnativi e gare più importanti. Ricordo quel giorno come se fosse ieri: “ce l’ho fatta”, pensai. Ma quella era solo la prima tappa, il sogno era più grande, molto più grande, uno di quei sogni che si fanno quasi fatica a pronunciare … le olimpiadi! Non so quale fosse il motivo, non so perché, eppure volevo veramente riuscire in questa impresa. Si dice che si deve sempre sognare in grande, ecco, io sognavo proprio in grandissimo! Era un presentimento, una sensazione, io dovevo essere lì in mezzo ai migliori. E diamine, avevo 11 anni, e lo sapete anche voi: qualsiasi cosa tu immagini a 11 anni, la puoi realizzare.

Verso Marzo partecipai al trofeo Piskeo, prima gara, 200 stile, sbam. Naso rotto (frattura multipla) Che pastrocchio, penserete … sì, lo pensai anche io! Da lì in poi un cambiamento dietro l’altro. La mia famiglia ed io siamo partiti per Haiti. Non appena arrivati in quella terra lontana da tutto pensai che avrei dovuto smettere di nuotare, senza piscina sarebbe stato difficile. Arrivammo a un compromesso: iniziai a nuotare nella piscina di un hotel di Haiti ed ebbi la fortuna di trovare anche una squadra con cui nuotare, la quale, però, aveva sede a Fort-Lauderdale. Con loro facevo le gare durante le vacanze, il resto dell’anno mi inviavano i programmi e mi allenavo con mia madre.

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Tra il 2013 e il 2014 incontrammo un allenatore di calcio che adorava il nuoto, iniziò ad allenarmi lui. Si era affezionato a me, cercò di imparare tutto quello che poteva sul nuoto, e iniziò a prepararmi una serie di esercizi personalizzati. Funzionò: ottenni sei qualifiche per i Junior Olympics Games. Andarono bene, i coach dissero a mia madre che avrei potuto ottenere grandi risultati, ma le dissero anche che per continuare avrei dovuto trasferirmi in un posto dove ci fossero una squadra e una piscina.

Feci domanda al Creps di Guadalupe; dopo un incontro con i responsabili dei poli, questi decisero di darmi un opportunità. Il primo periodo andò bene, poi tutto iniziò a cambiare. Essere invisibili agli occhi di un allenatore è duro da accettare. I miei tempi smisero di migliorare. Avete presente come ci si sente? Dopo qualche mese la situazione divenne insopportabile.

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Tante volte durante questi anni trascorsi a Guadalupe sono stata sul punto di mollare tutto e scappare da qualsiasi altra parte. Il mio allenatore continuava a ripetermi che ero scarsa, che non c’e l’avrei mai fatta. Tutti quegli allenamenti stavano completamente ammazzando la mia volontà. Conobbi un mondo che non mi aspettavo, un mondo brutto, un mondo pieno di rivalità, di odio e di egoismo. Io lo sport non l’avevo conosciuto così. Questa esperienza mi portò ad odiare quello che amavo di più al mondo, il nuoto.

Qualche mese fa ho deciso di gettare la spugna (RINUNCIO A RINUNCIARE: leggi l’articolo), di appendere la cuffia e gli occhialini a un chiodo. Non è stato semplice, ma a un certo punto arrivi a pensare che sia inutile continuare qualcosa che sai che non tornerà come prima. Perché è difficile ricostruire un vaso che ormai è andato completamente distrutto, e non importa quante volte provi a sistemarlo, non tornerà mai come prima.

Tutto ha una fine, anche le storie d’amore più belle, anche le storie con il nuoto.”

– Silvia
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