LA SCIENZA CHE SI NASCONDE DIETRO AI COSTUMONI

LA SCIENZA CHE SI NASCONDE DIETRO AI COSTUMONI

Non attivi Di Sofia

Quando il nuoto si fa duro, i chimici iniziano a nuotare. Ma anche i fisici e i matematici; insomma, l’intero comparto scientifico si mette all’opera. Più che mai negli ultimi anni si è cercato il supporto dello sviluppo tecnico-scientifico per costruire la prestazione perfetta; nasce così un consistente movimento di ricerca che non pone attenzione soltanto agli allenamenti in acqua.

Il costume da competizione – in gergo costumone –  influenza particolarmente la gara grazie alla propria forma e composizione chimica. Ma, nel dettaglio, cos’è che lo rende davvero performante? E soprattutto, quando si cominciano a capire appieno le sue potenzialità e fin dove si è spinta la ricerca?

Come accennato nell’articolo introduttivo, la disciplina che dà il via a questa rubrica scientifica è la Chimica, che punta l’attenzione su una feature indispensabile già dalla categoria Ragazzi. Si va a ritroso: è nell’estate del 1999 che il britannico Paul Palmer stupisce l’intera platea degli europei in vasca lunga di Istanbul, salendo sul blocco di partenza dei 400 stile libero con un costume intero che copre anche le braccia.

In un contesto in cui gli occhialini e la cuffia sono stati introdotti relativamente da poco, una simile muta suscita l’interesse di molti: il costume diventa uno strumento idrodinamico a tutti gli effetti, e non più un semplice modo per nascondere il pudore. Il costumone-muta si consacra definitivamente alle Olimpiadi australiane del 2000, dove Ian Thorpe ottiene straordinarie prestazioni modellando l’acqua con il suo body suit integrale, vincendo tre medaglie d’oro.

GLI ANNI 2000

Dal 2000 in poi, tutti i brand leader del settore propongono una propria alternativa di costumone: dalle classiche Arena e Speedo, alle più recenti Tyr e Diana, fino ad arrivare a Nike e Adidas. La FINA si esprime così: “il nuotatore non deve usare nessun strumento che possa aumentarne la velocità o il galleggiamento naturale” e, infatti, i body suit del nuovo Millennio vengono approvati. I nuotatori si sentono meglio in acqua per la spiccata idrodinamicità, complice anche l’effetto psicologico.

Ma le prime contestazioni iniziano dal 2008 con la seconda generazione, quando Speedo crea un costumone in collaborazione con la NASA e l’Australian Institure of Sport. Dopo diversi esperimenti di fluido-termodinamica, il risultato è un body suit a basso attrito privo di cuciture e unito con un processo agli ultrasuoni: viene commercializzato lo Speedo Lazer Race.

L’invenzione che scatena il cambiamento è l’introduzione di inserti di poliuretano su gambe, petto e fianchi, che completano la struttura di nylon. I poliuretani sono materie plastiche ottenute attraverso reazioni di sintesi: le placche poliuretaniche permettono ai nuotatori non solo di nuotare meglio ma anche di... galleggiare meglio, trattandosi di plastica. È per questo motivo che i body suit, in gergo, vengono anche chiamati costumoni gommati, per delinearne la composizione che consente di stare a galla più facilmente. La FINA approva, basandosi su un'interpretazione allargata del termine "fabric" che non deve essere più inteso come "tessuto" in senso stretto, ma allargato anche ad altri materiali.

Questa decisione innesca un fenomeno imprevisto, ma comunque devastante. Nel biennio 2008-2009 si registra un boom di record mondiali battuti: tra vasca corta e vasca lunga, ben 245! Perché, dunque, non se ne fa più uso? Il 2010 è l’anno della svolta: dal primo gennaio la FINA permette solo l’utilizzo di costumi realizzati in tessuto e senza nessuna superficie in poliuretano: i body suit vengono banditi definitivamente, classificandoli doping tecnologico a causa dell’esagerato aiuto che conferiscono ai nuotatori nel galleggiamento.

Arriviamo ai giorni nostri.

Tolto il poliuretano, i materiali coinvolti nell’assemblamento di un costumone sono notevoli e tutti con differenti caratteristiche. L’elastan – una fibra elastica sintetica –, il nylon e altre poliammidi conferiscono l’elasticità, permettendo la massima libertà di movimento. Una piccolissima percentuale di carbonio (dall’1% al 3%, in media) dà una certa “rigidità” al costumone, che consente il perfetto adattamento del tessuto al corpo.

Si mantiene una posizione ottimale in acqua grazie ai nastri elasticizzati che collegano i gruppi muscolari più importanti, aumentando così l’efficienza della nuotata. Stessa funzione hanno le micropannellature intagliate a laser, figuranti in alcuni modelli di costumone, che aumentano la sensibilità del basso addome e stimolano la contrazione muscolare. È il caso di dire: chi più ne ha più ne metta; le giuste soluzioni in risposta all’abbandono dei body suit.

Quello dei costumoni è excursus interessante che sottolinea come il progresso scientifico-tencologico abbia influenzato notevolmente le prestazioni natatorie.

CIAO CIAO GOMMA?

E ancora oggi, la scienza fa la voce grossa in ambito natatorio: il continuo evolversi della ricerca ha fatto sì che molti dei record storici del 2009 venissero battuti. Ancora oggi, quando si indossa un costumone si è, sì, più consapevoli, ma ignari di ciò che la scienza potrebbe ancora introdurre. Ancora oggi, si riscrive la storia e si continua a sperare in un altro, emblematico ciao ciao gomma del cronista Tommaso Mecarozzi.

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Profilo Autore

Sofia
Sofia
Studentessa di Chimica, nuotatrice agonista, aspirante scrittrice: non necessariamente in quest’ordine. Forse l’unica nuotatrice al mondo che trova divertenti i 200 farfalla, ma le sue gare preferite in assoluto sono i 100 farfalla e i 100 stile. Membro della redazione, il suo compito? Raccontare storie di cloro sul mondo natatorio e le sue dinamiche per affascinare i meno appassionati, per strappare un sorriso dopo la stanchezza di fine allenamento o, semplicemente, per far battere il cuore agli atleti della community e farli innamorare del nuoto come la prima volta.