GLI OCCHI DI UN BAMBINO

GLI OCCHI DI UN BAMBINO

29 Aprile 2021 Off Di Stefano Ciollaro

Era giunto il momento di tirare fuori il coraggio per oltrepassare quella fitta nebbia pungente che pizzicava la pelle ancora asciutta delle braccia e colpiva come leggera pioggia la schiena nuda.

I soffioni delle docce in fila uno dietro l’altro spruzzavano quell’acqua fredda e le testoline dei bambini, protette dalle cuffiette colorate, somigliavano a vivaci fiorellini da dissetare.

Matteo si stringeva in un abbraccio per ripararsi il più possibile e in soli due balzi era già dall’altra parte dell’ostacolo. In confronto ai suoi amichetti delle primissime lezioni di scuola nuoto si mostrava di gran lunga più alto, portava un taglio dai capelli cortissimi che metteva in risalto gli occhioni scuri e uno splendido sorriso stampato sul viso.

Si avvicinava cauto al bordo vasca e con un piede testava la temperatura dell’acqua, e solo dopo il segnale che rimbombava in tutta la piscina da parte dell’istruttore alle loro spalle, eccoli tutti insieme che si mettevano seduti immergendo le gambine, per poi cominciare subito a batterle forte e ritmicamente. Gli schizzi s’innalzavano verso il soffitto come il getto di una fontana, e lui si divertiva a far balzare quelle pesanti gocce trasparenti sempre più in alto.

Poi tutti i bimbi si tuffavano, ogni parte del loro corpo adesso era intinta di cloro, e cominciava davvero la lezione di scuola nuoto. Matteo si cimentava in una prova di galleggiamento cercando di creare la forma di una stellina sulle precise indicazioni del paziente istruttore che lo seguiva attentamente galleggiando al suo fianco.

Così, iniziò a compiere i primi rudimentali scivolamenti in posizione supina con la sola propulsione delle gambe e mantenendo le braccia distese prima lungo i fianchi, poi dietro la testa imitando la forma di una freccia.

Il signor Mario se ne stava sugli spalti quando preoccupato si alzò di scatto, non vedeva più il figlio da qualche minuto. Matteo era sempre più di una bracciata davanti a tutti gli altri compagni di corsia, la numero cinque parte bassa, e così era già stato promosso dal coordinatore per quella di livello più avanzato, dove non si tocca più nemmeno con la punta dei piedi e la superficie dell’acqua supera di gran lunga il capo. Si trattava della numero quattro, dove si compiono le prime bracciate a dorso e crawl, ed ancora esercizi con la sola spinta delle gambe e con l’aiuto dell’inseparabile tavoletta.

Appena qualche mese dopo, i quattro stili di nuotata erano stati appresi ormai egregiamente. Matteo si sentiva a suo agio in acqua, la piscina era diventata il suo ambiente naturale, il cloro un elemento chimico indispensabile di cui non poteva fare più a meno dell’inconfondibile profumo che rimane incollato sulla pelle come il marchio tipico di ogni nuotatore. Non vedeva l’ora di finire la scuola per tuffarsi in acqua nel pomeriggio, e già osservava curioso i ragazzi nelle corsie più avanti che nuotavano veloce e senza fermarsi.

Un giorno, un signore dalla barba ben curata e una polo bianca con impresso sul cuore il simbolo di un delfino si avvicinò ai genitori di Matteo, “Volevo chiedervi se siete interessati a far entrare vostro figlio nella squadra agonistica”.

La mamma e il papà di Matteo si guardarono negli occhi sorpresi dall’arrivo di quella richiesta inaspettata, lo avevano iscritto a quei corsi solo perché ritenevano il nuoto uno sport completo e sano, oltre ad essere la piscina un luogo dove poter farlo crescere al meglio. A cena ne parlarono con Matteo, questi accettò la proposta entusiasta e senza rifletterci un solo attimo sopra, “Non vedo l’ora di cominciare!” esclamò.

E così il giorno dopo, col costumino a slip, la cuffietta blu con il delfino saltellante che gli era stata regalata dal nuovo allenatore e gli occhialini dalle lenti scure, si ritrovò davanti ad un blocco di partenza, a quei tempi la track start non era stata ancora collaudata da nessun atleta al mondo. L’allenatore sembrava all’apparenza severo e rigido con quel suo vocione e i modi pragmatici di fare. Aveva appena presentato a tutti  i membri della squadra il nuovo arrivato e adesso spiegava loro il riscaldamento.

Matteo fu l’ultimo a tuffarsi in acqua, eseguiva gli esercizi mettendocela tutta, impegnandosi al massimo in ogni singolo gesto, e spendendo ogni goccia della sua energia. All’inizio l’affanno si faceva sentire tanto, le guance diventavano rosse rosse, doveva abituarsi ai nuovi allenamenti completamente diversi da quelle lezioni dalla durata di cinquanta minuti per sole due volte alla settimana, ma faceva parte ufficialmente della squadra agonistica e per lui non esisteva cosa più bella al mondo.

La prima gara la disputò presto in trasferta a Riccione, estate dell’anno 1998, in quell’occasione vinse una medaglia, un bell’argento nella staffetta 4x50 metri misti esordienti C. Fu il primo a scendere in acqua, inevitabilmente nella frazione a dorso, che da allora sarebbe diventato lo stile che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera da nuotatore.

Non avrebbe mai immaginato che a distanza di anni, in quella stessa vasca olimpionica, si sarebbe ritrovato a partecipare ai campionati nazionali, e vincere più di una gara esultando con il braccio rivolto al cielo chiuso nel pugno.

Così, arrivarono le convocazioni per importanti competizioni d’interesse internazionale, il nuoto ormai non rappresentava più solamente uno sport, ma era diventato la sua professione, la sua vita, il suo tutto.

Nel corso degli anni si era ritrovato decine di volte a gareggiare contro i più forti, a sorridere sul podio ai Campionati Italiani Assoluti, ma anche in occasione di eventi come il Trofeo Settecolli, e in tante altre competizioni di rilievo in giro per il mondo.

Si era trasferito persino in un’altra città col passar del tempo, in cerca di nuovi stimoli e avventure da vivere, lontano da casa. Ormai non si allenava più con i suoi vecchi amici di corsia che avevano intrapreso altri percorsi di vita, adesso i suoi compagni di squadra si chiamavano Filippo, Federica, Luca, atleti plurimedagliati di fama mondiale.

Matteo prima di ogni gara osservava la vasca che si stendeva nella superficie ancora calma davanti ai suoi occhi e fino al muretto della virata dall’altra parte. Inspirava, raccoglieva più ossigeno possibile nei polmoni, il diaframma si alzava, tutto rimaneva sospeso per un attimo, e intanto visualizzava i movimenti nella mente. Il cuore batteva sempre forte come fosse la prima volta che partecipava ad una competizione. Con un saltello si tuffava in acqua e si aggrappava immediatamente alle maniglie luccicanti del blocco di partenza, alla ricerca della posizione perfetta provata infinite volte negli allenamenti. Il costumone nero da competizione comprimeva il petto e le gambe. Proprio in un’intervista rilasciata ad un giornale locale aveva dichiarato che la gara più bella è sempre quella che verrà, e forse in quella magica occasione era davvero arrivato quel momento tanto atteso. Matteo vinse i 100 metri dorso con un riscontro cronometrico a dir poco eccellente.

Gli ultimi anni della sua carriera aveva deciso di ritornare alle origini, per allenarsi ancora sotto la guida del primo allenatore, che lo aveva accolto con gioia come un padre che rivede dopo tantissimo tempo il proprio figlio, ormai cresciuto e maturo sotto l’aspetto personale e professionale.

Finché un giorno era scattato qualcosa dentro di lui, e aveva deciso di ritirarsi. L’ultimo allenamento è strano, lascia in bocca un sapore nuovo, amaro, il mattino seguente non andrai in piscina e ripercorri la strada del ritorno verso casa con un peso sullo stomaco, in silenzio, le mani incollate saldamente al volante, gli occhi che si riempiono di lacrime, perché una parte della tua vita è giunta al termine, e lo sapevi da un po’ ormai, anche se quelle emozioni rimarranno per sempre nel cuore e in ogni fibra del corpo.

Qualche anno dopo, per caso Matteo si era ritrovato davanti una scatola traboccante di ricordi, fotografie, ritagli di articoli di giornale. Giaceva da sempre giù in garage tra gli scaffali impolverati, e in essa custodiva anche tutte le cuffie che aveva collezionato durante la sua carriera. Ognuna di esse rappresentava una gara disputata, uno scambio con un altro atleta che aveva battuto o che gli aveva strappato la medaglia per qualche centesimo, un luogo visitato, una piscina in cui si era aggrappato alla corsia per esultare o per recuperare tra una serie e l’altra negli interminabili allenamenti. Se le strizzavi con le mani trasudava ancora l’adrenalina mischiata al cloro prima della partenza e si avvertiva il ritmo del cuore che aumentava nel petto e nella testa istantaneamente.

Scavando sempre più a fondo con le unghie, uno di quei pezzi tondeggianti di silicone attirò la sua attenzione più degli altri, era un modello di colore blu con stampato il delfino che salta sull’acqua. La distese bene sul palmo della mano, e la esaminò per un attimo che sembrò eterno, gli occhi fissi su di essa. Poi, come se fosse stato guidato da un istinto naturale la indossò con quel movimento che aveva eseguito migliaia di volte in allenamento e prima di ogni gara nella camera di chiamata accanto agli avversari, in attesa che il suo cognome venisse abbinato a quello del numero di corsia. Si guardò allo specchio opaco affisso al muro di fronte a lui.

Gli sembrò stupido quello che stava facendo, indossare un accessorio per nuotare all’interno di una stanza dalla luce fioca dove non c’era una sola goccia d’acqua, ancora in giacca e cravatta appena rincasato dal lavoro. Davanti a lui il vetro restituiva l’immagine non più di un ragazzino, ma di un uomo sempre con quel sorriso che ne metteva in risalto l’allegria, la barba scura che gli copriva il mento e le guance. I lineamenti del viso certo più marcati, ma i suoi occhi erano rimasti sempre gli stessi, dolci, profondi, quegli occhi che fissavano il muretto dall’altra parte della vasca, gli occhi di un bambino.

Quel bambino che sorride sul podio insieme ai compagni di staffetta nella foto ormai sbiadita scattata in occasione della cerimonia di premiazione, quando aveva conquistato la sua prima medaglia, più di venti anni prima.


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Profilo Autore

Stefano Ciollaro
Stefano Ciollaro
Mi chiamo Stefano Ciollaro, sono nato nel 1990 e la mia vita, da sempre, gravita intorno ad un unico elemento, l’acqua: quella salata dei nostri splendidi mari, quella dolce dei laghi, quella che profuma di cloro delle piscine. A tutto ciò si lega indissolubilmente il magnifico mondo del nuoto, che per me rappresenta gioia, armonia, equilibrio.