I Giochi del Commonwealth sono una manifestazione multisportiva internazionale riservata alle nazioni e ai territori che appartengono — o sono legati — al Commonwealth. Si disputano generalmente ogni quattro anni e, almeno nella forma, ricordano da vicino i Giochi olimpici: cerimonia inaugurale, villaggio degli atleti, medagliere, grandi impianti e un programma composto da numerose discipline.

La somiglianza, però, si ferma abbastanza presto.

Ai Commonwealth Games, Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord gareggiano come squadre separate. Accanto a grandi nazioni sportive come Australia, Canada, India e Sudafrica partecipano inoltre territori e piccole isole che non sempre possiedono una propria rappresentativa olimpica. Ne nasce una geografia sportiva particolare, costruita sui resti dell’Impero britannico ma trasformata, nel tempo, in qualcosa di più complesso.

Non sono Olimpiadi in miniatura, insomma. Anche perché le Olimpiadi, per quanto imperfette, non devono spiegare a ogni edizione perché esistano.

I Giochi del Commonwealth sì.

La loro storia attraversa colonialismo e indipendenza, segregazione razziale e boicottaggi, emancipazione femminile e integrazione paralimpica. È una manifestazione nata per rafforzare i legami dell’Impero e costretta, nel corso del Novecento, a ridefinirsi insieme al mondo che quell’Impero stava perdendo.


Hamilton 1930: la nascita dei Giochi

Il 16 agosto 1930, sugli spalti di Hamilton, nell’Ontario canadese, più di ventimila persone assistettero alla cerimonia inaugurale dei primi British Empire Games.

Gli atleti sfilarono dietro la Union Flag, prestarono giuramento e ascoltarono un messaggio di re Giorgio V. Vennero liberate colombe, accesi fuochi d’artificio e trasmessi discorsi attraverso microfoni e altoparlanti, una tecnologia che i giornali locali presentarono come una meraviglia moderna (ma si era vista già 6 anni prima ai Giochi di Parigi 1924)

Poi cominciarono le gare. E la prima giornata terminò in piscina.

Non è un dettaglio secondario. Nell’edizione inaugurale il nuoto fu uno dei pochissimi campi sportivi concessi alle donne. Le cinque gare femminili in vasca e le due prove di tuffi rappresentavano infatti l’intero programma riservato alle atlete. Atletica, pugilato, canottaggio, lotta e bocce erano ancora esclusivamente maschili.

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L’inglese Joyce Cooper vinse quattro ori. La connazionale Cecilia Wolstenholme stabilì il record mondiale delle 200 iarde rana. La gallese Valerie Davies, unica atleta della propria delegazione, fu anche l’unica donna scelta come portabandiera.

La presenza femminile era ancora rigidamente delimitata. Ma quella vasca rappresentava già una crepa nel sistema.


Prima dei Giochi: l’idea di uno sport imperiale

Il progetto di organizzare competizioni sportive tra i territori dell’Impero britannico era nato molto prima del 1930.

Nel 1891 il religioso anglicano australiano John Astley Cooper propose un festival periodico dedicato alle popolazioni anglofone dell’Impero. L’obiettivo era esplicito: rafforzare attraverso lo sport i legami culturali, politici e militari tra Londra e i suoi territori.

Nel 1911, durante il Festival of Empire organizzato nella capitale britannica per l’incoronazione di Giorgio V, si disputò un piccolo campionato tra Regno Unito, Canada, Australasia e Sudafrica. Quell’Inter-Empire Championship, limitato a poche discipline, viene considerato il precursore più diretto dei giochi.

A trasformare l’idea in una manifestazione stabile fu soprattutto Melville Marks Robinson, detto Bobby, giornalista dell’Hamilton Spectator e dirigente sportivo canadese.

Durante le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, Robinson riunì alcuni rappresentanti sportivi di Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Sudafrica. Il progetto venne approvato poco dopo a Londra: una competizione ispirata al modello olimpico, ma immaginata come meno austera e meno dominata dalla rivalità nazionale.

Almeno nelle intenzioni.

L’organizzazione della prima edizione fu rapidissima. La conferma definitiva arrivò nel febbraio del 1930; sei mesi più tardi Hamilton era pronta ad accogliere circa quattrocento atleti provenienti da undici delegazioni.

Il momento economico non era esattamente favorevole. Gli effetti del crollo di Wall Street rendevano difficile persino finanziare i viaggi delle squadre, tanto che gli organizzatori concessero alcuni sussidi per i trasporti.

La nuotatrice neozelandese Gladys Pidgeon, per esempio, necessitava della presenza della madre. Il viaggio della madre, però, dovette essere pagato dalla famiglia.

Le regole ammettevano esclusivamente atleti dilettanti. Non esisteva ancora un villaggio costruito appositamente per gli atleti: gli uomini furono sistemati nelle aule della Prince of Wales School, mentre le donne alloggiarono al Royal Connaught Hotel.

Esisteva però già una delle immagini destinate a diventare familiari nello sport mondiale: il podio per i vincitori (una cosa che alle Olimpiadi si vedrà solo 2 anni più tardi, a Los Angeles)

Il primo atleta a salirvi fu il canadese Gordon “Spike” Smallacombe, medaglia d’oro nel salto triplo.


Londra 1934: il problema della segregazione

La seconda edizione avrebbe dovuto svolgersi a Johannesburg. Venne invece trasferita a Londra a causa delle preoccupazioni per il trattamento che atleti neri e asiatici avrebbero potuto ricevere in Sudafrica.

Il problema razziale, dunque, entrò ben presto nella storia dei Giochi, molto prima dei grandi boicottaggi degli anni Settanta e Ottanta.

Londra accolse circa cinquecento concorrenti provenienti da sedici delegazioni e introdusse alcune gare femminili di atletica. Non tutte, sia mai… gli organizzatori esclusero quelle considerate troppo faticose per le donne, secondo una visione medica e sociale oggi difficile da difendere ma allora largamente accettata.

Le gare di nuoto si disputarono nel nuovo Empire Pool di Wembley, costruito appositamente per la manifestazione. La piscina rimase operativa fino al 1948, mentre la struttura venne successivamente trasformata nell’arena oggi conosciuta come Wembley Arena.

Dopo Sydney 1938, la Seconda guerra mondiale interruppe i Giochi. Le edizioni previste per il 1942 e il 1946 furono cancellate. La manifestazione tornò soltanto nel 1950, ad Auckland, dopo dodici anni di assenza.


Un nuovo nome per un nuovo mondo

La trasformazione dei Giochi può essere letta anche attraverso i diversi nomi assunti nel corso del tempo.

Dal 1930 al 1950 furono i British Empire Games. Dal 1954 al 1966 divennero i British Empire and Commonwealth Games. Nel 1970 e nel 1974 la parola “Empire” scomparve, lasciando il posto a British Commonwealth Games. Dal 1978 rimase soltanto la denominazione attuale: Commonwealth Games.

Non fu una semplice operazione di immagine.

Nel frattempo molte colonie avevano raggiunto l’indipendenza e il Commonwealth si stava trasformando in un’associazione volontaria di Stati formalmente uguali. Il legame con la monarchia britannica rimaneva, ma il contesto politico era ormai profondamente diverso.

Per questo ai Giochi possono trovarsi sulla stessa linea di partenza l’Australia e una piccola isola del Pacifico, l’India e Jersey, il Canada e le Isole Cayman.

È uno degli aspetti che rendono la manifestazione riconoscibile. E anche difficile da collocare: globale, ma non universale; internazionale, ma costruita su una precisa eredità storica.


La staffetta del testimone reale

Nel 1958, in occasione dei Giochi di Cardiff, venne introdotta la staffetta del testimone reale.

Il primo baton era un tubo d’argento contenente un messaggio della regina Elisabetta II. Partì da Buckingham Palace, attraversò le contee inglesi e tutte le tredici contee gallesi prima di raggiungere la cerimonia inaugurale.

La staffetta divenne uno dei principali simboli della manifestazione, una sorta di equivalente della fiaccola olimpica.

Con l’ascesa al trono di Carlo III, la denominazione è stata modificata in King’s Baton Relay. Cambia il sovrano, resta il rituale. Le istituzioni britanniche, su questo, hanno una certa esperienza.


La “Miracle Mile” e le grandi immagini sportive

Nel 1954, a Vancouver, i Giochi produssero una delle gare più celebri del Novecento.

Roger Bannister, primo uomo capace di correre il miglio in meno di quattro minuti, affrontò l’australiano John Landy, che nel frattempo gli aveva sottratto il record mondiale.

Bannister vinse in 3’58”8. Landy arrivò secondo in 3’59”6. Per la prima volta due uomini scesero sotto i quattro minuti nella stessa gara.

La prova passò alla storia come la “Miracle Mile” e venne trasmessa in diretta televisiva in numerosi Paesi, contribuendo a trasformare i Giochi in un evento seguito ben oltre gli stadi.

Anche la piscina continuò a produrre campioni e immagini memorabili.

L’australiana Dawn Fraser vinse sei medaglie d’oro tra Cardiff 1958 e Perth 1962, diventando uno dei simboli del nuoto internazionale. Molti anni dopo un’altra australiana, Emma McKeon, avrebbe portato il primato a una dimensione quasi irraggiungibile.

A Birmingham 2022, vincendo i 50 stile libero, McKeon superò il record di titoli conquistati da qualsiasi atleta nella storia dei Giochi. Ha concluso la propria esperienza ai Commonwealth Games con venti medaglie complessive, quattordici delle quali d’oro.

La formula della manifestazione crea inoltre confronti che alle Olimpiadi non possono esistere. I nuotatori britannici, normalmente compagni di nazionale, gareggiano infatti per Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

Per qualche giorno cambiano squadra, bandiera e avversari. Il cronometro, fortunatamente, resta lo stesso.


I Giochi e la politica

La definizione di Friendly Games, i “Giochi dell’amicizia”, non ha mai impedito alla politica di entrare negli impianti.

La crisi più grave scoppiò a Edimburgo nel 1986.

Trentadue nazioni, soprattutto africane, asiatiche e caraibiche, boicottarono la manifestazione per protestare contro il rifiuto del governo britannico di imporre sanzioni più dure al Sudafrica dell’apartheid. Le contestazioni riguardavano anche i rapporti sportivi che alcuni ambienti britannici continuavano a mantenere con il Paese.

Soltanto ventisei squadre parteciparono all’edizione, segnata anche da gravi difficoltà finanziarie.

Il boicottaggio mise in evidenza la contraddizione più profonda dei Giochi: una competizione nata per celebrare l’unità dell’Impero era diventata uno spazio nel quale le ex colonie potevano contestare pubblicamente le scelte del vecchio centro imperiale.

Non proprio il risultato che gli ideatori ottocenteschi avevano immaginato.


Kuala Lumpur 1998 e l’apertura all’Asia

Per quasi settant’anni i Giochi si erano svolti prevalentemente in Gran Bretagna o nei grandi Paesi a maggioranza bianca del Commonwealth.

Kuala Lumpur 1998 segnò una svolta. Fu la prima edizione organizzata in Asia e la prima a comprendere sport di squadra con medaglie ufficiali.

Cricket, hockey, netball e rugby a sette ampliarono il programma e contribuirono ad aumentare la partecipazione. Arrivarono settanta delegazioni e oltre cinquemila persone tra atleti e ufficiali.

Delhi 2010 fu invece la prima edizione organizzata in India e soltanto la seconda disputata in Asia. Con oltre quattromila atleti, diciassette sport e numerose infrastrutture costruite o rinnovate, i Giochi assunsero una dimensione sempre più vicina a quella dei moderni mega-eventi.

L’Africa, al contrario, non ha ancora ospitato la manifestazione.

Durban aveva ottenuto l’edizione del 2022, ma perse l’organizzazione nel 2017 per il mancato rispetto degli impegni finanziari e operativi. Birmingham venne scelta come sede sostitutiva.


L’integrazione degli atleti paralimpici

Una delle trasformazioni più importanti nella storia dei Giochi riguarda il movimento paralitico.

Alcune gare dimostrative per atleti con disabilità vennero organizzate a Victoria nel 1994. La svolta arrivò però a Manchester 2002.

Gli atleti paralimpici furono inseriti direttamente nelle rispettive squadre nazionali. Le loro gare facevano parte del programma ufficiale, le medaglie contribuivano al medagliere generale e il pubblico poteva assistere alle competizioni con gli stessi biglietti previsti per le altre discipline.

Atletica, bocce, nuoto, tennistavolo e sollevamento pesi comprendevano prove Para.

In piscina emerse la sudafricana Natalie du Toit. Dopo aver perso la gamba sinistra in un incidente stradale, vinse l’oro nella gara multidisabilità e raggiunse anche la finale degli 800 stile libero contro nuotatrici senza disabilità.

La sua partecipazione mostrò il significato concreto dell’integrazione: non due eventi paralleli, non due pubblici differenti, ma atleti diversi all’interno della stessa manifestazione.

Il modello è rimasto uno degli elementi più riconoscibili dei Giochi. Birmingham 2022 ha ospitato il più ampio programma Para integrato nella storia dell’evento.


Dalla piscina femminile alla parità

Il percorso delle donne racconta forse meglio di qualsiasi altro dato la distanza tra Hamilton 1930 e i Giochi contemporanei.

All’inizio le atlete potevano gareggiare soltanto nel nuoto e nei tuffi. Nel 1934 vennero ammesse ad alcune prove di atletica. Nei decenni successivi entrarono progressivamente nel programma le corse più lunghe, i lanci, gli sport di squadra e le discipline di combattimento.

Nel 2018, sulla Gold Coast australiana, i Giochi del Commonwealth divennero il primo grande evento multisportivo a offrire lo stesso numero di gare da medaglia a uomini e donne.

A Birmingham 2022 le competizioni femminili superarono per la prima volta quelle maschili: 136 contro 134.

La traiettoria cominciata con cinque gare in piscina ha quindi condotto, in meno di un secolo, a un programma nel quale le donne non rappresentano più un’aggiunta da amministrare con cautela, ma una componente centrale dell’evento.

La storia, a volte, cambia lentamente. Poi basta guardare il programma delle gare per accorgersi che è cambiata davvero.


Glasgow 2026 e il problema dei costi

L’edizione del 2026, in programma a Glasgow dal 23 luglio al 2 agosto, rappresenta un’altra fase di trasformazione.

In origine i Giochi erano stati assegnati allo Stato australiano di Victoria, che nel luglio 2023 si ritirò a causa dell’aumento dei costi previsti.

Glasgow accettò di subentrare proponendo un modello molto più compatto: circa tremila atleti, dieci sport e quattro impianti concentrati all’interno di un’area urbana limitata.

Rispetto a Birmingham 2022 sono state escluse discipline popolari come hockey, rugby a sette, cricket, badminton e tuffi.

Il nuoto, invece, è rimasto.

Insieme all’atletica continua a essere considerato uno dei pilastri del programma. Le gare si svolgeranno al Tollcross International Swimming Centre, già utilizzato durante Glasgow 2014.

La presenza della vasca costituisce uno dei pochi elementi realmente continui di una manifestazione che, dal 1930 a oggi, ha cambiato nome, dimensioni, geografia e significato politico.


Verso il centenario

Nel 2030 i Giochi celebreranno il proprio centenario ad Amdavad, conosciuta anche come Ahmedabad, in India.

Il programma dovrebbe comprendere tra quindici e diciassette sport, con nuoto e Para nuoto già inseriti tra le discipline confermate.

A cent’anni da Hamilton, la manifestazione tornerà quindi in India non più come celebrazione di un impero, ma come grande evento organizzato da una delle nazioni che di quell’Impero facevano parte.

È forse questa la vera storia dei Giochi del Commonwealth.

Non una sequenza ordinata di record, cerimonie e medaglie, ma un organismo costretto a confrontarsi continuamente con le proprie contraddizioni. Nato dall’ideologia imperiale, ha attraversato la decolonizzazione, i conflitti sull’apartheid, l’emancipazione femminile, l’integrazione paralimpica e la crisi economica dei grandi eventi sportivi.

E in quasi ogni passaggio decisivo c’è stata una piscina.

Quella di Hamilton, che nel 1930 offrì alle donne l’unico accesso ai Giochi. Quella di Manchester, dove Natalie du Toit gareggiò oltre le categorie. Quella di Birmingham, dove Emma McKeon divenne l’atleta più vincente della manifestazione. E quella di Glasgow, rimasta al centro del programma mentre intorno molte discipline venivano eliminate.

Per comprendere davvero i Giochi del Commonwealth bisogna quindi osservare l’acqua.

È lì che molte delle loro trasformazioni sono diventate visibili prima che nel resto dello sport.


LEGGI ANCHE: LE ORIGINI DEL NUOTO

Appuntamento al secondo lunedì di marzo per il quarto articolo della rubrica Nuoto & Storia, sperando che questa nuova puntata alla scoperta delle origini degli stili di nuotata sia stata di vostro gradimento.

Bibliografia & Fonti:

“The History of Front crawl Swimming” (2016) pubblicato su swimming.org
“History of swimming strokes” pubblicato su livestrong.com


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Autore

Lorenzo
Lorenzo
Orami ex studente di ICT e comunicazione a Torino, sono il GEEK del gruppo (quello che cerca di far funzionare il sito). Mi occupo di IT, consulenza, UX & UI. Divido il mio tempo libero tra PC, progetti più o meno utili e sessioni fotografiche (prevalentemente in orari improponibili).