Nel 2012, mentre vinceva il suo primo oro olimpico, in televisione le ripetevano di rallentare. Tredici anni dopo, davanti ai laureati di Stanford, Katie Ledecky ha trasformato quella gara in una lezione su chi ascoltare quando si parte, e su come si va fino in fondo.

Londra, 3 agosto 2012, Aquatics Centre, finale degli 800 stile libero femminili. In corsia c’è una ragazzina americana di 15 anni che ha appena finito il primo anno di liceo. È la più giovane dell’intera delegazione olimpica statunitense ed è la prima volta che gareggia fuori dagli Stati Uniti. Fuori dall’America, praticamente nessuno sa chi sia.

La favorita è Rebecca Adlington, britannica e campionessa olimpica in carica. Il pubblico di casa scandisce il suo nome, “Becky! Becky!”, e la ragazzina ha già deciso come gestirlo: si è programmata per sentire “Ledecky! Ledecky!”. In tribuna ci sono il principe William e la principessa Kate. Poi cala il silenzio che precede ogni partenza. “Take your mark.” Beep.


La telecronaca della NBC

Quella sera, in realtà, si disputano due gare: una in acqua e una in cabina di commento.

In acqua, Katie Ledecky va in testa dalla prima bracciata. I suoi allenatori, Yuri Suguiyama e il leggendario Jon Urbanchek, le avevano raccomandato di non partire troppo forte, perché l’emozione di nuotare accanto alla campionessa in carica poteva giocarle un brutto scherzo. Lei ammette di non aver seguito del tutto il consiglio.

In cabina, i telecronisti della NBC provano per buona parte della gara a convincerla a rallentare. Dopo trentacinque secondi: “She needs to take her foot off the pedal here”, deve togliere il piede dall’acceleratore. Venti secondi dopo, sempre con Ledecky in testa: “She swam too fast”, è andata troppo forte e deve trovare il suo ritmo. Un paio di minuti più tardi arriva l’avvertimento più classico: le veterane “know exactly what they’re doing”, sanno esattamente cosa stanno facendo.

In acqua, intanto, succede qualcosa di molto umano. A metà gara Ledecky si guarda intorno e non vede nessuno. “Where is everybody?”, si chiede, dove sono tutte? Per un istante si domanda se stia sbagliando, se sia partita davvero troppo forte. Poi si dà l’unica istruzione che conta: “Just keep going.”

Continua, e vince con più di quattro secondi di vantaggio. Solo nell’ultimo quarto di gara il tono dei telecronisti cambia e i dubbi diventano applausi. A bordo vasca Urbanchek la raggiunge perplesso: “You didn’t follow the plan”, non hai seguito il piano. Poi la abbraccia: “But that’s OK.”


Tredici anni dopo, a Stanford: “Don’t be afraid to take the lead”

Quella telecronaca Ledecky l’ha ascoltata soltanto la sera, riguardando la gara nel Villaggio olimpico. Il 15 giugno 2025, invitata a parlare ai laureati della sua università, l’ha usata come cuore del discorso.

Prima di tutto ha voluto precisare che non intendeva criticare i telecronisti, che facevano semplicemente il loro lavoro. Poi ha chiesto al pubblico di fare un piccolo esperimento mentale: immaginare cosa sarebbe successo se avesse sentito quelle voci mentre nuotava. Probabilmente avrebbe cominciato a pensare che avessero ragione, “I should probably slow down”, e che forse fosse meglio rallentare.

Vesti la tua passione

La lezione è qui: Katie non dice che chi consiglia prudenza abbia torto. Nella vita incontreremo persone che ci diranno di prendercela con calma, di non avere fretta, di aspettare perché siamo ancora giovani, e quel consiglio potrebbe anche essere giusto. Ma essere giovani e sconosciuti a volte è un vantaggio. “Go fast when you need to go fast”, vai forte quando serve andare forte.

E aggiunge un’osservazione da mezzofondista pura: una volta partita forte, ha scoperto di poter andare più lontano di quanto pensasse.

Da qui la frase che ha dato il titolo al discorso: Don’t be afraid to take the lead, non abbiate paura di prendere il comando.


Il ritmo è una questione di fiducia?

Per chi nuota, questa storia tocca un punto delicato. Tutti abbiamo sentito, almeno una volta, un piccolo telecronista interiore: quella voce che al primo cambio di ritmo dice che stai esagerando e che dopo pagherai. A volte è la voce dell’esperienza, e va ascoltata. Altre volte è semplicemente paura travestita da prudenza.

Ledecky non propone di spegnere tutte le voci esterne. Il suo invito è di ascoltare allenatori, famiglia, mentori e capi, “but also listen to yourself”, ma di ascoltare anche se stessi. Non è un caso che la storia si chiuda con l’abbraccio di Urbanchek: il piano non era sbagliato, ma quella sera la lettura della gara della sua atleta si è rivelata migliore. Un buon allenatore lo riconosce, e una buona atleta impara a fidarsi della propria sensazione di ritmo proprio perché ci ha lavorato per migliaia di vasche.


Go the distance: vincere la propria gara

Ed è proprio lì che il discorso si allarga. Il filo conduttore scelto da Ledecky è “go the distance”, andare fino in fondo, e per una che ha costruito la carriera sugli 800 e sui 1500 non è solo una metafora.

Nella sua carriera ha nuotato 15 finali olimpiche, circa 170 vasche, poco meno di nove chilometri. Nella vita stima invece di aver nuotato circa 26.000 miglia, oltre 41.000 chilometri, più della circonferenza della Terra.

Tutta quella distanza è servita per pochi chilometri di finali.

Per questo i suoi obiettivi non riguardano mai la vittoria, ma sempre il tempo. Vincere, spiega, significa per forza confrontarsi con gli altri, e alla lunga anche con una versione più giovane di sé. Il cronometro invece misura solo quello che dipende da te. Da qui le due frasi che i laureati si sono portati a casa: You don’t have to win the race. You just need to win your race, non devi vincere la gara, devi vincere la tua gara. E soprattutto: Fall in love with the process, not the podium, innamoratevi del processo, non del podio.

Riletta con queste parole, anche la finale di Londra cambia significato. La quindicenne che non ascolta la telecronaca non è una sconsiderata. Si fida di un ritmo costruito vasca dopo vasca, in allenamenti che nessuno commentava.


Take your mark

Ledecky ha chiuso il discorso tornando sul blocco di partenza, con un gioco di parole che in italiano si perde: “Take your mark. And go out there and make your mark.” Il primo è il comando che precede ogni partenza, il secondo significa lasciare il segno.


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Autore

Federico
Federico
Una laurea Magistrale in Filosofia presso l'Università di Pavia, un'innata passione per la scrittura, la comunicazione e i social network. Nel 2010, in una serata post allenamento, ho creato nuoto uno stile di vita, da quel giorno mi sono fermamente convinto di una cosa: "tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si nuota" (semicit). No, dopo 5 anni di università non ho capito se sia peggio Kant o un 400 misti.