La mia Swimming Story inizia così: un tendine che fa male, l’impossibilità di correre lungo la fascia come avevo sempre fatto. Plantari, punture e antinfiammatori non fanno nessun effetto, e da lì la triste decisione di lasciare quello sport che mi aveva accompagnato sin dall’infanzia: il calcio. Ho sempre amato lo sport, mi fa sentire vivo: i muscoli che bruciano, il sudore, la fatica, le soddisfazioni e le delusioni che ti accompagnano giorno dopo giorno. Quell’estate io stavo sul divano e in televisione trasmettevano alcune gare di nuoto.
L’eleganza, la potenza, la resistenza dei nuotatori mi colpirono. Il desiderio di stare in acqua e di provare sensazioni diverse da quelle vissute calpestando l’erba del campo mi incuriosiva piacevolmente. La prima lezione fu un disastro: entrai in acqua arrogantemente, “sono forte, ho i muscoli, andrò veloce”. L’acqua, nella sua semplicità, mi punì.
Il passaggio dal calcio al nuoto non fu una scelta meditata: fu l’acqua a mettermi al mio posto. L’acqua entrava negli occhialini, il cloro mi bruciava il naso, non galleggiavo e venticinque metri mi sembravano chilometri. Il nuoto mi stava sfidando e io non volevo perdere. Iniziai ad andare in piscina due giorni a settimana, poi tre, e cominciai a trattenermi oltre la lezione, nuotando per conto mio.
Poco alla volta mi affezionai alla sua calma, alla sua tranquillità, al suo silenzio. Un amore crescente si manifestava e la passione veniva ricambiata dai primi piccoli risultati. Un collega al lavoro mi chiese di andare a fare una 2,5 km in mare con lui. Avevo fatto solo scuola nuoto fino a quel momento e non ero mai arrivato alle famosissime cento vasche. Accettai comunque e imparai un’importante lezione di vita.
Il mare era mosso, non respiravo, bevevo. Metà percorso lo feci a rana, l’altra metà nuotando alla meglio. Arrivai al traguardo, ero ultimo. Conclusi la mia prima gara in mare in 1 ora e 19 minuti. Il pazzo che mi aveva convinto a percorrere la “due e mezzo” non si arrese e mi convinse a entrare nei master.
Era ottobre. Mi unii a una squadra composta da ex agonisti, ragazzi capaci, nuotatori DOC. Io, che manco sapevo virare, mi domandavo cosa ci facessi lì in mezzo. Il pazzo collega mi diede alcune dritte motivazionali: “vira anche se stai senza ossigeno, anche se brucia tutto”. E cavolo se bruciava tutto: polmoni, naso… quante bevute, quante lacrime. In quella stagione gareggiai in tutte le distanze dello stile libero, dai 50 ai 1500, tutte con tempi altissimi.
Memorabile la prima gara con la partenza dal basso per un 100 stile libero che chiusi in 1’39″… ricordo ancora il bruciore alle braccia. In quegli anni ebbi la fortuna di incontrare e conoscere un grande allenatore, un ex agonista che non si vantava di quello che aveva fatto. Quando mi lamentavo dei miei risultati rispondeva sempre così: “zitto e nuota”. E così ho fatto sempre.
Agli allenamenti in vasca con i master iniziai ad aggiungere giorni extra per prepararmi a quella che si è rivelata la mia grande passione: le acque libere. Con il tempo le sfide sono cambiate e gli allenamenti in vasca per le acque libere si sono trasferiti direttamente in mare. Iniziare a nuotare dopo il lavoro, dalle 18 alle 20, 20.30, dovevo finire assolutamente i programmi che mi aveva dato il mister. Nuotare durante il tramonto e godermi lo spettacolo che solo la natura può offrire, e poi uscire dall’acqua soddisfatto anche se distrutto, non ha prezzo. Crea un legame troppo forte e bello col nuoto e con l’acqua. Torni a casa con una sensazione di beata felicità.
Sono passati gli anni, ormai sono nove, credo, e sono aumentati i metri e i chilometri da percorrere. Ogni anno una sfida nuova: due e mezzo, cinque, sette, una splendida 21 nei Navigli con arrivo in Darsena a Milano, un’estenuante 14 in lago e una 27 km sempre in lago, allenato da una grande allenatrice, dotata di carisma e personalità. Una leader, insomma.
Alla fine i numeri restano solo numeri. Non sono un agonista e la consapevolezza di quello che faccio è cresciuta negli anni di pari passo con la passione per questo sport. L’amore incondizionato per l’acqua e il nuoto mi ha dato tanto: la possibilità di conoscere persone che come me amano nuotare, persone che come me hanno scoperto che l’acqua ti può amare anche se non sei un campione.
Perché in fin dei conti l’acqua ha solo bisogno di essere rispettata. Sei nel suo ambiente, trattala bene e ripagherà con piacere. Ringrazio quel giorno in cui, per colpa di un infortunio, ho avuto la possibilità di scoprire tutto questo. Il nuoto mi ha fatto conoscere chi sono veramente, perché alla fine la regola è sempre la stessa. Zitto e nuota.
– Antonio
C’è un momento in cui lo sport che credevamo nostro ci volta le spalle, e la reazione più naturale è sentirsi persi. Antonio ha trasformato quel vuoto in un tuffo: l’acqua non ha guardato i suoi muscoli, ma ha preteso pazienza e umiltà. Da lì è nato un percorso fatto di chilometri e tramonti, più che di medaglie. E forse è proprio questo il senso del nuoto: non smettere mai di imparare a rispettarlo.
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Autore

- Orami ex studente di ICT e comunicazione a Torino, sono il GEEK del gruppo (quello che cerca di far funzionare il sito). Mi occupo di IT, consulenza, UX & UI. Divido il mio tempo libero tra PC, progetti più o meno utili e sessioni fotografiche (prevalentemente in orari improponibili).
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