Immagina un punto in mezzo al mare. Non ha niente di speciale: acqua da ogni parte, un orizzonte identico a tutti gli altri e, da qualche parte su un computer di bordo, due coordinate che dicono dove ci si trova. Un uomo esce dall’acqua dopo ore di nuoto, stremato, sale sulla barca e l’equipaggio registra quelle coordinate. Mangia, dorme. La mattina dopo la barca lo riporta esattamente nel punto in cui aveva interrotto la nuotata, anche se nel frattempo le correnti marine l’hanno trascinata a chilometri di distanza.
Potrebbe sembrare la fissazione di un maniaco del GPS. In realtà è il modo per essere certi che ogni metro della traversata sia stato percorso nuotando, senza farsi regalare strada dal mare.
A rispettare questa regola in maniera ferrea è stato un ex paracadutista inglese che, a 29 anni, decise di tornare a casa a piedi partendo dal Cile e che, per riuscirci, ha dovuto anche nuotare. Due volte. Il particolare curioso è che nuotare non gli piaceva affatto.
Karl Bushby non è mai stato un nuotatore, e lo ammette senza problemi: ha raccontato di nuotare come un gatto buttato in una vasca. Eppure la sua storia riguarda da vicino anche noi, perché porta all’estremo una tentazione che ogni nuotatore conosce. Quante volte, durante un allenamento, abbiamo pensato di saltare una vasca, di contarne due al posto di una, pensando tanto l’allenatore non se ne accorge? Una piccola scorciatoia, apparentemente innocua.
Bushby ha costruito ventotto anni della propria vita intorno al principio opposto: non concedersi nemmeno un metro che non avesse percorso con le proprie forze. Non per dimostrare qualcosa a un giudice o a una federazione, ma per rispettare la sfida che aveva scelto.
E soprattutto per non mentire a sé stesso.
Il viaggio e le regole
Bushby parte il 1° novembre 1998 da Punta Arenas, in Cile. Ha 29 anni, 500 dollari e due regole che da allora non ha mai modificato. La prima: nessun mezzo a motore per avanzare lungo il percorso, traghetti compresi. La seconda: non rimettere piede a casa prima di aver completato il viaggio.
Pensava di impiegare una decina d’anni. Ne sono serviti quasi ventotto, tra visti negati, guerre, una pandemia e una vita trascorsa per strada.
In tutto questo tempo, quando la spedizione era ferma, Bushby ha preso aerei e altri mezzi di trasporto. Per questioni legate ai visti, ogni pochi mesi doveva persino tornare in Messico. Non c’è contraddizione: la sua regola non vieta di usare un mezzo, vieta di guadagnare strada grazie a quel mezzo. Puoi volare dall’altra parte del mondo, ma quando riprendi il viaggio devi tornare esattamente dove ti eri fermato. Nessun metro regalato.
Una distinzione che può sembrare quasi burocratica, ma sulla quale si regge l’intera impresa. Compreso quello che succede quando la strada, letteralmente, finisce in mare.
Quando la strada finisce in mare
Dal Cile all’Alaska. Dall’America all’Asia attraverso i ghiacci polari. Poi, però, ci si mette la geopolitica.
Nel 2024 Bushby si trova sulla riva orientale del Mar Caspio. Attraversare Iran e Russia, con un passaporto britannico, è troppo rischioso; il Turkmenistan non riapre i confini e le possibilità di proseguire verso casa si riducono a una sola: attraversare il mare.
Dal Kazakistan all’Azerbaigian sono 288 chilometri d’acqua. Bushby li affronta nuotando durante il giorno, accompagnato dalle barche di sicurezza sulle quali trascorre le notti. Impiega 31 giorni, per un totale di circa 132 ore in acqua. Un’impresa notevole per chiunque, ancora di più per uno che, come abbiamo detto, con il nuoto non ha mai avuto un rapporto particolarmente felice.
La seconda volta arriva con la Manica.
Mancano circa 400 chilometri a casa. Il traghetto è escluso dalle sue regole e, nel giugno del 2026, gli viene negato anche il permesso di attraversare a piedi il tunnel sotto la Manica, per ragioni di sicurezza. Rimane l’acqua. Di nuovo.
Ci riesce in tre giorni, con circa venti ore complessive di nuoto, indossando muta e galleggianti e utilizzando una barca d’appoggio per riposare tra una sessione e l’altra.
Il 5 ottobre 2026, alle 15:30, esce dall’acqua a Shakespeare Beach, vicino a Dover. Ad aspettarlo sulla spiaggia ci sono suo padre, suo fratello, alcuni amici e Werner Herzog, che sta girando un documentario sul viaggio.
È la prima volta che Bushby rimette piede in Gran Bretagna dopo quasi ventotto anni. Il 2 novembre arriva finalmente a Hull, la sua città natale.
Il viaggio è finito. E le due regole sono ancora intatte.
Il mare lavora anche di notte
Il problema delle coordinate, con cui abbiamo aperto questa storia, non è un dettaglio da navigatori particolarmente scrupolosi. Chi conosce la vicenda di Benoît Lecomte sa quanto possa essere importante.
Ne avevamo parlato nell’episodio 36 di Nuoto dunque sono, nella quarta stagione, «L’uomo che sfidava gli oceani»: sei minuti per raccontare una traversata durata 73 giorni.
Nel 1998 Lecomte nuota dal Massachusetts alla Bretagna, circa 3.700 miglia attraverso l’Atlantico, trascorrendo in acqua più o meno otto ore al giorno. Il resto del tempo lo passa su una barca a vela che, durante la notte, continua a muoversi spinta dalle correnti.
Ed è qui che nasce il problema.
Il Guinness non ha mai riconosciuto ufficialmente l’impresa, perché non è possibile stabilire quanta distanza abbia percorso Lecomte nuotando e quanta, invece, gli sia stata regalata dal mare mentre dormiva. Non esiste nemmeno una definizione universalmente condivisa di cosa significhi «attraversare l’Atlantico a nuoto». E quando manca una definizione, diventa difficile stabilire che cosa si stia effettivamente misurando.
Vent’anni dopo, preparando la traversata del Pacifico, Lecomte cambia metodo. Adotta il sistema delle staged swim, le traversate a tappe, con un tracciamento GPS preciso: l’equipaggio registra il punto in cui il nuotatore esce dall’acqua e il giorno successivo lo riporta esattamente lì.
Quando i tifoni lo costringono a interrompere la spedizione per una ventina di giorni, Lecomte riparte dal punto in cui aveva smesso.
Il principio è semplice. Al termine di ogni sessione si registrano le coordinate dell’ultima bracciata. Durante la notte la barca può ancorarsi, andare alla deriva o spostarsi a motore. Non importa. La mattina successiva si torna alla posizione registrata e si ricomincia da lì. Lo spostamento della barca non contribuisce alla distanza nuotata.
Bushby adotta lo stesso principio per il Caspio e per la Manica. Con una differenza interessante: Lecomte è arrivato a questo metodo dopo le contestazioni sulla sua prima traversata; Bushby applicava già da anni la stessa logica a tutto il suo viaggio, aerei e visti compresi.
Ogni volta che si ferma, sa esattamente da dove dovrà ripartire.
Il fascino dell’ostacolo inutile
A questo punto viene spontaneo chiedersi perché.
A Hull si arriva con un volo di poche ore. Persino il Caspio, con qualche soluzione alternativa, si sarebbe potuto aggirare. Dal punto di vista pratico, questa storia è uno spreco colossale di tempo, energie e anni di vita.
Nel 1978 il filosofo Bernard Suits pubblica un libro in cui sostiene che giocare significa, in sostanza, tentare volontariamente di superare ostacoli non necessari.
Ogni gioco e ogni sport hanno un obiettivo e un insieme di regole che impediscono di raggiungerlo nel modo più semplice. Nel calcio bisogna mandare una palla in porta, ma non possiamo prenderla con le mani e depositarla oltre la linea. Nel nuoto bisogna coprire una data distanza in acqua muovendoci in un dato modo codificato.
Suits cita anche l’esempio di Edmund Hillary sull’Everest: se gli fosse stato offerto un ascensore o un elicottero per raggiungere la vetta, avrebbe rifiutato. Perché il suo obiettivo non era semplicemente trovarsi in cima, ma arrivarci scalando la montagna.
Bushby fa esattamente questo, soltanto che il suo campo da gioco è il mondo intero.
E noi nuotatori, a pensarci bene, non siamo poi così diversi. Per andare da un lato all’altro della piscina potremmo tranquillamente uscire dall’acqua e fare il giro. Impiegheremmo meno tempo, ci stancheremmo meno e resteremmo persino asciutti. Invece ci ostiniamo a percorrere quella distanza una bracciata dopo l’altra, a contare vasche, a ripetere gesti che da fuori possono sembrare incomprensibili.
La fatica e le regole non sono inconvenienti da eliminare per raggiungere lo scopo. Sono parte di ciò che dà valore allo scopo stesso.
Lecomte, quando gli chiedevano perché affrontasse traversate oceaniche, rispondeva con una semplicità disarmante: se sapesse dipingere o scolpire farebbe quello, ma sa nuotare, quindi nuota.
Le prime parole pronunciate dopo essere uscito dall’Atlantico, nel 1998, furono «mai più».
Vent’anni dopo era di nuovo in mare.
Quando nessuno guarda
Resta però una domanda, forse la più interessante: perché rispettare una regola tanto rigida quando nessuno controlla?
Se Bushby, durante una delle sue traversate, avesse approfittato di qualche chilometro regalato dalla corrente, chi se ne sarebbe accorto? Nessuno si sarebbe fatto male. Probabilmente nessun giornalista avrebbe notato la differenza e il risultato, visto da fuori, sarebbe stato identico.
La questione, allora, non riguarda soltanto il rispetto delle regole. Riguarda l’integrità.
La regola che Bushby si è dato è ciò che rende quel viaggio qualcosa di diverso da un lunghissimo spostamento geografico. Senza di essa rimarrebbe un’avventura straordinaria, ma perderebbe il significato preciso che lui ha deciso di attribuirle. Non conta soltanto essere tornato a Hull: conta il modo in cui ci è arrivato.
Lui stesso, appena sbarcato, ha spiegato che non è stato facile e che proprio questo era il punto: dimostrare di poter fare più di quanto si pensi di essere capaci.
C’è però un altro aspetto, meno evidente, che rende questa storia particolarmente interessante per chi nuota. Ed è la differenza tra rispettare le regole che abbiamo scelto per noi stessi e riconoscere quelle che definiscono le imprese degli altri.
Pensiamo alla traversata della Manica, quella ufficialmente riconosciuta dalle associazioni che ne custodiscono la tradizione. Le regole prevedono costume, cuffia e occhialini, ma non consentono mute né aiuti artificiali. Non si può avere contatto fisico con la barca d’appoggio, si deve partire e arrivare sulla terraferma e un osservatore ufficiale verifica che tutto avvenga correttamente. È un regolamento che affonda le radici nel 1927.
A cosa serve tanta rigidità?
A fare in modo che la frase «ho attraversato la Manica a nuoto» significhi la stessa cosa per chiunque. Senza un criterio comune, due imprese molto diverse rischierebbero di essere raccontate come se fossero equivalenti.
Bushby non ha rispettato quelle regole. Ha indossato una muta, utilizzato galleggianti e dormito su una barca durante la traversata. Ma non ha nemmeno preteso di aver compiuto una traversata ufficiale secondo il regolamento dei nuotatori. Lo ha chiarito lui stesso.
È rimasto fedele alla propria sfida senza appropriarsi del valore sportivo di un’altra.
Una distinzione importante, perché la coerenza con sé stessi non autorizza a cambiare il significato delle parole quando ci confrontiamo con gli altri.
Ed è proprio nella difficoltà di stabilire un criterio condiviso che l’impresa atlantica di Lecomte, nel 1998, è rimasta sospesa in una zona grigia. Non aveva necessariamente violato un regolamento: mancava un sistema universalmente accettato per valutare quel tipo di traversata. Per questo il suo viaggio può essere considerato straordinario, senza che ciò basti a renderne misurabile il risultato secondo un criterio comune.
In fondo, le due storie mostrano aspetti complementari dello stesso principio: essere coerenti con le proprie regole e onesti nel riconoscere quelle degli altri.
Il punto da cui ripartire
Per quasi ventotto anni Bushby ha sempre avuto un punto preciso da cui ripartire.
Un punto sulla mappa, magari in mezzo a un deserto, su una distesa di ghiaccio o nel mare. Il luogo esatto in cui aveva smesso di avanzare e al quale, il giorno dopo oppure anni dopo, sarebbe dovuto tornare. Qualunque cosa fosse accaduta nel frattempo.
C’è qualcosa di impressionante in questa ostinazione, ma anche qualcosa di profondamente umano. Darsi una regola, mantenerla quando diventa scomoda, accettare che il percorso sia più lungo del previsto e continuare comunque. Non perché qualcuno ci obblighi, ma perché abbiamo deciso che quella è la strada che vogliamo percorrere.
Forse la sfida più difficile per Bushby comincia proprio adesso.
Il giorno in cui varca la porta di casa, a Hull, si chiude un capitolo enorme della sua vita. Per ventotto anni due sole regole gli hanno dato una direzione, un obiettivo e, ogni mattina, un motivo per rimettersi in cammino.
Ora quella linea è completa. Non c’è più un punto sulla mappa al quale tornare per riprendere il viaggio. E bisognerà capire che cosa significhi vivere senza una meta che, per così tanto tempo, ha dettato ogni scelta.
A noi nuotatori questa storia lascia qualcosa di più semplice, ma non meno importante.
Le regole non servono soltanto a stabilire chi vince, né a rendere più complicato qualcosa che potrebbe essere facile. Servono a dare un significato preciso a quello che facciamo e a permetterci di riconoscerne il valore, anche quando nessuno ci osserva.
Perché, quando tocchiamo il muro alla fine di una vasca, possiamo anche essere gli unici a sapere quanta strada abbiamo fatto davvero.
Ma proprio per questo dobbiamo saperlo.
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Autore

- Orami ex studente di ICT e comunicazione a Torino, sono il GEEK del gruppo (quello che cerca di far funzionare il sito). Mi occupo di IT, consulenza, UX & UI. Divido il mio tempo libero tra PC, progetti più o meno utili e sessioni fotografiche (prevalentemente in orari improponibili).
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