Nelle scorse ore, i social sono stati palcoscenico di una serie di commenti e attacchi nei confronti del Presidente della Figc Gravina a seguito delle parole rilasciate in conferenza stampa, dopo la terribile disfatta dell’Italia del calcio maschile. Anche la nostra Redazione in primis ha deciso di esprimersi in una lettera aperta, perché davanti a terribili inesattezze, tacere non ci sembra la giusta strada da percorrere.

Tuttavia, ci sentiamo di approfondire il caso con delle spiegazioni tecniche e precise su quanto detto da Gravina perchè ad onor di causa, non è del tutto sbagliato. Poco preciso, per nulla elegante, ma totalmente da approfondire e da spiegare per chi non mastica questi temi tutti i giorni.

E dunque, perché le parole di Gravina sono inesatte? Analizziamo punto per punto.


Sport professionistico e dilettantistico: alcune spiegazioni

“Il calcio è uno sport professionistico. Gli altri sport sono dilettantistici e dobbiamo fare rapporti sulla base di equità, perché negli sport dilettantistici si possono adottare tutta una serie di scelte, di decisioni, che nel mondo professionistico non è possibile”.

Bisogna anzitutto chiarire il concetto di professionismo e dilettantismo in Italia. Secondo il nostro ordinamento, sono riconosciuti come Sport Professionistici il Calcio (Serie A, B e C per quanto riguarda il calcio maschile, solo la Serie A per il calcio femminile), il basket (Serie A), il golf e il ciclismo. Tutte le altre discipline (tennis compreso!) sono ritenute dilettantistiche. Ma cosa vuol dire?

Questo chiaramente non vuol dire che gli Atleti di questi sport sono considerati dei “dilettanti” con la connotazione che usualmente utilizziamo, sarebbe totalmente inappropriato. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, lo Sport Professionistico è l’attività sportiva svolta come lavoro, con contratto e stipendio, mentre lo Sport Dilettantistico è l’attività sportiva svolta senza rapporto di lavoro professionale.

Pertanto, coloro che praticano sport come calcio, basket, golf e ciclismo firmano un regolare contratto di lavoro mentre per tutte le altre discipline questo non avviene. E questo apre, ovviamente, al secondo punto in questione ma, prima di addentrarci, è utile chiarire una cosa: perché al giorno d’oggi vi è (ancora) questo netto divario tra pochi sport e tanti sport?

Il valore della sconfitta, in una società dominata dal successo

Ci sono diverse motivazioni. La prima, e forse la più importante, è legata alle Olimpiadi. Con la nascita delle Olimpiadi moderne, il Comitato Olimpico Internazionale stabilì che potevano partecipare solamente atleti dilettanti in quanto lo sport era considerato puro e non legato al denaro. Tuttavia, a partire dagli anni ’80 cambia l’approccio anche del CIO che comincia gradualmente ad aprirsi ai professionisti fino alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 che vede la partecipazione del “Dream Team” americano di Basket, composto da professionisti NBA e fino ad arrivare ad oggi, con totale apertura da parte del CIO.

Tuttavia, in Italia (ma generalmente in Europa) resta ancora una netta differenziazione tra professionismo e dilettantismo, cosa che non troviamo, ad esempio, negli Stati Uniti. Negli anni più recenti, ci sono state diverse proposte di legge per modificare il sistema dello Sport ma, senza entrare troppo nel merito della questione, non sono mai andate a buon fine. Fondamentalmente, il problema riguarda più fronti, tra cui il fatto che molte Federazioni non dispongono di fondi sufficienti per garantire il professionismo.


Gli Atleti come “dipendenti statali”

Proseguiamo, poi, con quello che è senza dubbio lo scivolone più grave.

“Per non parlare poi di altri sport che sono, diciamo, sport di Stato. Basti pensare allo sci, tolto Arianna Fontana, tutti gli altri sono dipendenti del nostro Stato”.

Questo punto NON è sbagliato. È poco elegante, totalmente svilente, ma corretto. La maggior parte degli Atleti italiani è “dipendente dello stato” e questo è chiaramente il risultato di quanto detto prima. Nessun contratto (in quanto dilettanti) presume che gli Atleti debbano in qualche modo sostenersi economicamente, arruolandosi così in differenti corpi militari.

C’è un ma, ed è sostanziale.

Innanzitutto, Arianna Fontana (che non fa sci ma short track) non è l’unica atleta a non essere dipendente dello Stato. La lista è lunga e comprende chiaramente tutti gli atleti che fanno sport di squadra (come ad esempio la pallavolo) che sono chiaramente stipendiati dalla squadra di appartenenza. E poi ci sono quegli atleti che riescono a mantenersi autonomamente che sono si una minoranza, ma ci sono.

Tuttavia, quello che veramente stona qui è: perché la più importante carica della Federazione Italiana Giuoco Calcio ha sentito la necessità di ridurre gli Atleti a “dipendenti dello stato”? Come se i calciatori multimilionari fossero il non plus ultra mentre Atleti dilettantistici vengono paragonati a dipendenti statali facendo passare l’idea di ragazzi che praticano sport nei ritagli di tempo libero? Perchè invece non elogiare ragazzi che, seppur non sostenuti a livello economico come sarebbe corretto, riescono tutti i giorni a fare il loro lavoro, FARE SPORT, e poi anche a rappresentare lo stato? E soprattutto, perché utilizzare questa motivazione che è figlia di un sistema di per sé sbagliato come scudo verso sé stessi?


La “Cultura degli Alibi” è (forse) il problema più grande nel calcio

Concludiamo con una considerazione che ora, più che mai, calza a pennello. Uno dei massimi allenatori che il nostro paese abbia mai visto, Julio VelascoCT della Nazionale di pallavolo femminile oro alle Olimpiadi di Parigi 2024 e storico allenatore della “Generazione di Fenomeni” tre volte Campione del Mondo nel 1990, 1994 e 1998 – ha sempre parlato della necessità di non incappare nella “Cultura degli Alibi”. La riassumiamo brevemente.

Velasco usa questa espressione per descrivere un atteggiamento mentale molto diffuso tra gli sportivi che, talvolta, tendono a dare la colpa a fattori esterni invece che assumersi le proprie responsabilità. E quindi ecco che davanti a una sconfitta subito si sente dire “è colpa dell’arbitro” oppure “il campo non era in ottime condizioni” e via dicendo. Sembra evidente che questa cultura, forse, sia il reale problema del calcio moderno. Un calcio sempre pronto a trovare un “ma” e mai una soluzione. Un calcio addormentato su soldi e profitti e che forse non gioca più davvero per passione. A differenza di chi i soldi non li ha ma la passione si.


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Profilo Autore

Sara
Sara
Laureata in Scienze Linguistiche, è entrata in piscina per la prima volta alla tenera età di 3 anni e da quel momento non se n'è più andata. Aspirante giornalista e intervistatrice per diletto, le piace parlare (dicono sia anche logorroica) e vivere di emozioni. Lo Sport è così importante che ha scelto un Master in Sport Digital Marketing & Communication.