Se oggi avete aperto i vostri social, potreste aver visto diversi post relativi ai risultati degli Enhanced Games, le cosiddette “Olimpiadi del doping”, che si sono tenute nel weekend a Las Vegas.

Il riassunto è semplice: il progetto si era presentato con l’ambizione di superare i limiti biologici umani e di riscrivere i Record mondiali. I risultati, però, raccontano una storia molto diversa.

E non solo per una questione di valori sportivi, che per noi restano il punto centrale. Ma anche perché, risultati alla mano, l’obiettivo dichiarato dagli organizzatori non è stato raggiunto.

Facciamo però un passo indietro.

Nel 2022 l’imprenditore australiano Aron D’Souza, figura vicina agli ambienti del biohacking e del transumanesimo, ipotizza la nascita di una competizione in cui sia consentito l’utilizzo di sostanze normalmente vietate nello sport tradizionale.

Nel giugno 2023 nascono ufficialmente gli Enhanced Games, con l’obiettivo dichiarato di “superare i limiti biologici umani”. Inizialmente il progetto fatica a concretizzarsi ma, nel 2025, arrivano nuovi finanziamenti, tra cui quello di 1789 Capital, fondo d’investimento di cui è partner Donald Trump Jr.

Dal 2025 sono diversi gli atleti che hanno deciso di aderire al progetto. Particolarmente significativo, per il mondo del nuoto, è il caso di Ben Proud, vicecampione olimpico e mondiale nei 50 stile libero, che lo scorso settembre ha annunciato il proprio ritiro dallo sport olimpico per aderire agli Enhanced Games.

Il valore della sconfitta, in una società dominata dal successo

Prima di entrare nel merito, è necessaria una precisazione. Nuoto uno stile di vita ha scelto fin dall’inizio di non dare particolare spazio a questa iniziativa, perché la considera distante dall’idea di sport che racconta e sostiene ogni giorno.

Per noi il nuoto è cultura, educazione, benessere, fatica, talento e rispetto delle regole. Non può essere ridotto a una provocazione costruita intorno al doping, né trasformato in un esperimento commerciale sulla pelle degli atleti.

Allo stesso tempo, riteniamo che ignorare il tema non sia sufficiente. Gli Enhanced Games parlano di sport, salute, denaro, comunicazione e percezione pubblica della prestazione. Per questo è giusto informare, contestualizzare e offrire un punto di vista critico, fondato sui dati e non solo sull’indignazione.

Seguirà anche un approfondimento scientifico dedicato al tema.


I risultati: molto rumore, pochi record

La prima edizione degli Enhanced Games si è tenuta a Las Vegas con una promessa molto chiara: dimostrare che, eliminando il divieto di utilizzo di sostanze dopanti, gli atleti sarebbero stati in grado di superare i limiti dello sport tradizionale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa è rimasta solo sulla carta.

Nelle gare disputate, soltanto una prestazione è risultata inferiore all’attuale Record mondiale ufficiale: il 20″81 di Kristian Gkolomeev nei 50 stile libero, tempo migliore del 20″88 di Cameron McEvoy.

Si tratta però di un risultato che non verrà riconosciuto dagli organismi ufficiali dello sport e che ha generato molte discussioni, anche per alcune immagini della gara circolate online, nelle quali diversi osservatori hanno segnalato una possibile discrepanza tra il cronometro televisivo e il momento effettivo dell’arrivo.

Gli organizzatori hanno respinto con forza queste accuse, sostenendo la regolarità del sistema di cronometraggio. Resta però il fatto che, in un evento nato per provocare il sistema sportivo tradizionale e dimostrare una presunta superiorità del modello “enhanced”, anche la percezione di affidabilità tecnica diventa parte centrale del problema.

Perché nello sport il risultato non è solo il tempo che compare sul tabellone. È anche fiducia nel contesto in cui quel tempo viene prodotto.

Nell’atletica, la disciplina che più di tutte aveva alimentato aspettative clamorose, i 100 metri hanno prodotto tempi molto lontani dai record mondiali di Usain Bolt e Florence Griffith-Joyner: 9″58 in campo maschile e 10″49 in campo femminile.

A Las Vegas, i vincitori hanno chiuso rispettivamente in 9″97 e 11″25. Tempi di valore, certamente, ma lontani dall’idea di una rivoluzione della performance. Per dare un riferimento concreto: alle Olimpiadi di Parigi 2024, risultati di questo tipo non sarebbero bastati per accedere alla finale dei 100 metri.

Nel nuoto erano presenti diversi nomi importanti del passato recente: Cody Miller, James Magnussen, Ben Proud, Kristian Gkolomeev. Atleti che in carriera hanno vinto medaglie olimpiche, mondiali o comunque raggiunto livelli assoluti.

Eppure, anche qui, il quadro complessivo è stato molto distante dalla narrazione costruita intorno all’evento.

In campo femminile, Megan Romano ha chiuso i 100 stile libero in 54″20, a 2″49 dal record mondiale di Sarah Sjöström. Nel nuoto, due secondi e mezzo su una gara di 100 metri rappresentano un divario enorme. Lo stesso vale per i 100 farfalla maschili, dove Marius Kusch ha nuotato in 51″28, a 1″83 dal 49″45 di Caeleb Dressel.

Nel sollevamento pesi non sono arrivati risultati tali da cambiare la percezione complessiva dell’evento.

Il bilancio finale, quindi, è piuttosto chiaro: molte aspettative, una sola prestazione sotto un record mondiale ufficiale, diversi risultati lontani dai vertici assoluti e un numero contenuto di primati personali.

Per un evento nato con l’obiettivo dichiarato di dimostrare che il doping potesse riscrivere i limiti biologici umani, il risultato sportivo appare molto meno rivoluzionario di quanto promesso.

A rendere il quadro ancora più interessante è un altro dato: alcuni degli atleti dichiaratamente “clean” hanno vinto le proprie gare. Questo non chiude il discorso, ma lo complica. Perché dimostra che il rapporto tra sostanze, prestazione e risultato è molto meno automatico di quanto la comunicazione degli Enhanced Games lasciasse intendere.


Il denaro come leva centrale

La verità è che gli Enhanced Games non sono soltanto un esperimento sportivo. Sono anche, e forse soprattutto, un prodotto mediatico ed economico.

Il tema del denaro è centrale.

Con premi molto elevati per ogni vittoria e bonus milionari in caso di prestazioni inferiori ai record mondiali, gli Enhanced Games hanno costruito una leva economica fortissima, soprattutto per atleti a fine carriera, ex campioni o professionisti che nel sistema olimpico tradizionale hanno spesso guadagnato molto meno rispetto al valore mediatico delle proprie prestazioni.

Questo non significa ridurre ogni scelta individuale a una sola motivazione. Alcuni atleti hanno parlato anche di libertà, sperimentazione, critica al sistema sportivo tradizionale e nuove opportunità professionali.

Ma sarebbe ingenuo ignorare il peso economico dell’operazione.

Ed è proprio qui che lo sport olimpico dovrebbe interrogarsi seriamente. Perché se da una parte gli Enhanced Games rappresentano una deriva pericolosa, dall’altra mettono in evidenza una fragilità reale: molti atleti di altissimo livello costruiscono carriere durissime, generano valore, pubblico e attenzione, ma non sempre ricevono un riconoscimento economico proporzionato.

Il CIO non prevede un montepremi diretto per le medaglie olimpiche, lasciando ai singoli Paesi e alle singole Federazioni la scelta di premiare o meno gli atleti. Questo non giustifica in alcun modo il modello degli Enhanced Games, ma apre una domanda scomoda: quanto è sostenibile uno sport che chiede agli atleti sacrifici assoluti senza garantire sempre tutele, prospettive e riconoscimenti adeguati?

La risposta agli Enhanced Games non può essere solo morale. Deve essere anche politica, economica e culturale.


Cosa ci dicono davvero gli Enhanced Games

Gli Enhanced Games volevano dimostrare che la prestazione sportiva fosse soprattutto una questione di potenziamento biologico.

I risultati di Las Vegas suggeriscono qualcosa di diverso.

Il doping può alterare la performance. Può migliorare alcuni parametri fisici. Può incidere sul recupero, sulla forza, sulla massa muscolare, sulla resistenza, sulla capacità di allenarsi di più e più spesso.

Ma non basta a costruire automaticamente un campione.

Non sostituisce la tecnica. Non sostituisce il talento. Non sostituisce anni di lavoro, continuità, intelligenza agonistica, gestione della pressione, capacità di competere nel momento decisivo.

E soprattutto non sostituisce il contesto che rende credibile una prestazione sportiva: regole condivise, controlli, trasparenza, fiducia nel risultato.

Lo sport non è soltanto il tempo finale. È il percorso che porta a quel tempo.

È per questo che una gara dopata, anche quando produce un risultato veloce, non riesce a generare lo stesso significato di una prestazione ottenuta dentro un sistema condiviso.

Gli Enhanced Games hanno provato a vendere l’idea che il limite umano fosse un ostacolo da superare con una scorciatoia. Ma il primo vero appuntamento di Las Vegas ha mostrato che la realtà è molto più complessa.

I campioni non si costruiscono ingerendo una sostanza.

Si costruiscono giorno dopo giorno, dentro un equilibrio fragile tra talento, allenamento, salute, testa, sacrificio e rispetto delle regole.

Ed è proprio questo equilibrio che rende lo sport qualcosa di più grande di una semplice prestazione cronometrica.


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Profilo Autore

Sara
Sara
Laureata in Scienze Linguistiche, è entrata in piscina per la prima volta alla tenera età di 3 anni e da quel momento non se n'è più andata. Aspirante giornalista e intervistatrice per diletto, le piace parlare (dicono sia anche logorroica) e vivere di emozioni. Lo Sport è così importante che ha scelto un Master in Sport Digital Marketing & Communication.