C’è un momento, nella vita di alcuni nuotatori, in cui il rumore dell’acqua smette di essere un conforto e diventa un giudice. Succede all’improvviso, senza preavviso: un giorno ti immergi e il suono che hai sempre amato cambia tono. Non ti accoglie, ti interroga. Ti chiede chi sei adesso, cosa resta dei sogni che avevi, e quanto sei disposto a sacrificare per continuare a inseguirli. L’acqua diventa specchio, e quello che riflette non è sempre facile da guardare.

A trentadue anni lo dicono sottovoce: sei vecchia, sei fuori, sei già stata. Ma la resilienza non ha un’età e non si piega alle statistiche. È una scelta quotidiana, silenziosa, che nessuno applaude. È restare quando sarebbe più facile mollare.

È da qui che è ripartita Silvia Di Pietro. Quest’estate, nella finale mondiale dei 50 farfalla, non ha semplicemente nuotato veloce. Ha fatto qualcosa di più raro: ha attraversato la sua storia, l’ha superata, e ha rimesso il suo nome dove dieci anni fa lo aveva lasciato, accanto al Record Italiano. Un cerchio che si chiude, una sfida che si riapre, una dimostrazione che il tempo può essere un avversario, sì, ma non sempre il vincitore.

Questa è la storia di come si sopravvive alle cadute che non fanno rumore. Di come ci si rialza quando nessuno te lo chiede più. Di come, anche quando ti dicono che il meglio è passato, si può ancora trovare il modo — ostinato, sorprendente — di tornare a volare.


L’INTERVISTA

Torniamo a esattamente un anno fa: oro con la 4×50 ai Mondiali in vasca corta e la tua dichiarazione “al 99% questa sarà la mia ultima gara internazionale“. Lì a Budapest, sul gradino più alto del podio, come ti sei sentita? Era una decisione maturata o arrivata di colpo?

Io credo di aver detto: “oggi mi sono emozionata, è stata la prima volta in cui ho pensato, in camera di chiamata. che questa potesse essere la mia ultima gara internazionale“, ero fermamente convinta di quello che ho detto. Sul fatto dello smettere, effettivamente credevo che sarei arrivata forse agli Assoluti, per chiudere il cerchio in primavera.

Non era una decisione presa, era più qualcosa di maturato. È inutile che mi nasconda dietro a un dito, ho oltre trent’anni e non è così usuale condurre una carriera agonistica di alto livello, sono pochi gli atleti che continuano ad avere motivazioni per gareggiare. Ecco, questo è stato un punto che mi ha fatto molto ragionare: ho avuto degli anni in cui avevo veramente pochissime motivazioni, ma mi sono sempre fatta forza.

Il valore della sconfitta, in una società dominata dal successo

Ma per comprendere bene le parole di Silvia, bisogna ripercorrere gli anni precedenti e guardare al quadro generale, come lei stessa ci racconta:

Ragionando su tutti questi anni, credo che il motivo anche per cui sono arrivata ad oltre trent’anni ancora a fare attività di questo livello, siano stati gli infortuni: è come se nella mia carriera il tempo si fosse stoppato. Dopo Roma (ndr. gli Europei di Roma 2022) mi sono sentita come se fossi tornata come prima, però intorno a me le cose cambiavano, ero un po’ persa, non sentivo più quel fuoco. Non avevo voglia di gareggiare, di competere, non avevo la voglia di mettere la mano avanti a chi mi stava di fianco. Ho tirato un po’ le somme e il mio allenatore mi ha proposto di concentrarci solo su una cosa che ci piace fare, la velocità pura. Ridurre l’allenamento drasticamente. Mi ero abbastanza scocciata e lui ha ha provato a farmi questa proposta anziché magari vedermi uscire così, anche non contenta. E così ho iniziato l’anno scorso, è stato “okay, dai, proviamo senza nessun tipo di aspettative“. Non dover fare le staffette, non c’è aspettativa, sei un outsider, ti alleni, fai quello che ti piace. E lì a me è cambiato tutto.

La medaglia è stata un coronamento, è stata un’emozione bellissima, un’insieme di elementi: avevo fatto il Record Italiano nel 50 stile che ha significato moltissimo, migliorarmi ancora, a quel punto della mia carriera. Ho chiuso quell’anno solare benissimo, senza effettivamente ancora capire come mi sarei mossa. Ed è come sto facendo anche adesso: sto preparando l’Europeo invernale, sapendo che ci sarà l’Europeo di vasca lunga, però penso “intanto faccio questo“. Sto vivendo senza fare progetti a lungo, che è stato quello che ho fatto per tutti questi anni, finché veramente sono entusiasta di farlo.


Lo scorso luglio ai Mondiali di Singapore non solo hai agguantato la finale dei 50 farfalla ma hai anche migliorato il tuo Record italiano che avevi stabilito 10 anni fa. Come è stato ritrovarti tra le migliori al mondo?

È stato bello, non credevo di andare così oltre quest’estate. Negli undici anni successivi a Berlino 2014, quando feci 25″7, è stata dura anche solo tornare sotto i 26″, centesimi e decimi in realtà sono degli scogli.

È stato bello anche perché mi sono sentita di nuovo, dopo tanti anni, sorpresa di me stessa. Da piccola infrangevo molti record di categoria, ogni volta girarsi e vedere la piastra era una sorpresa. Questa cosa fisiologicamente cambia, è chiaro che negli ultimi anni l’obiettivo è stato cercare di tornare a fare i tempi precedenti.

Ed è stato una sorpresa ancora più bella farlo nel 50 delfino perché io non riuscivo a migliorare da 11 anni e non riuscivo per tantissimi motivi. Con l’infortunio al ginocchio mi sono un pochino “buttata sullo stile” e per me è stato difficile esprimermi di nuovo, anche sotto i 26″. Quindi in realtà mi è sembrato come di aver perso quel filo lì e di averlo ripreso. Nonostante negli anni successivi io abbia migliorato in tutte le gare rispetto al 2014, ho avuto una fase di crescita nel 2017 dove ho migliorato in tutti i tempi, tranne quello. E io sono nata con quella gara lì perché era quella in cui io non dovevo pensare a niente.

E quindi, è stato bello quello, stupirmi.


NUOTO, INTERVISTA A SILVIA DI PIETRO: "NON AVEVO PIÙ VOGLIA DI GAREGGIARE, SINGAPORE È STATA UNA SORPRESA" 4

Hai fatto una scelta tecnica importante, ovvero quella di abbandonare i 100 stile libero per concentrarti sul 50 e lavorare molto sulla forza in palestra, Al netto di quanto hai raccontato prima, la mia domanda sarebbe stata: quanto è stato doloroso abbandonare un obiettivo o comunque una distanza che hai frequentato per tanto tempo?

No, non è stato doloroso. Avevo bisogno di passare ad un’altra fase, altrimenti non ci sarebbe stata nessuna fase. Il mio allenatore quella proposta lì me l’ha fatta anche dopo Roma ’22, dove avevo migliorato il 50 stile, nel 100 stile ero arrivata quinta, ero soddisfatta del risultato. In quel momento non sono stata coraggiosa, mi è sembrato uno spreco in un momento in cui comunque ero tornata a fare il mio migliore sul 100 stile e ho detto: “perché devo rinunciare a fare qualcosa che mi sta riuscendo?“.

Due anni dopo ero lì, davanti a un bivio, non soddisfatta. Mirko mi ha sempre detto “io vorrei che tu lasciassi non mentre ti stai trascinando, vorrei che tu chiudessi la tua carriera con entusiasmo, contenta di quello che stai facendo“. Quindi no, non è stato doloroso


Dietro la prestazione c’è sempre un dietro-quadro: infortuni, dubbi, saturazione. Quale è stato il tuo “momento più grigio” – quello che magari non hai mai raccontato pubblicamente? Un momento in cui hai pensato “ora basta”.

Per assurdo, anche se secondo me non è assurdo, non sono stati gli infortuni. È stato brutto sapere cosa mi attendeva, è brutto infortunarsi, soprattutto se sono infortuni che richiederanno molto tempo. Quello è orribile, ovviamente, perché non dipende da te.

Dopo l’infortunio al ginocchio, nel 2019, ho fatto l’ISL. Ero a Londra, ho chiamato Mirko e gli ho detto: “non ce la faccio più, smetto di nuotare“. Mi sentivo totalmente fuori contesto perché nonostante mi fossi operata da più di un anno ancora ero alle prese con questa cosa. Nuotavo, ricominciavo a fare dei lavori ma mi sentivo indietro anni luce, perché le cose non mi riuscivano nello stesso modo. E quindi in un contesto così internazionale, mi sentivo totalmente fuori luogo, Quello credo che sia stato il momento in cui sono andata in crisi.

ISL è stata la prima occasione per gareggiare con atleti fortissimi e io non mi sentivo al 100%. Dopo Roma 2022 mi sono risentita do poter gareggiare come prima, al mio livello. È stata una cosa molto faticosa, conquistata in molto tempo.


Da ormai tantissimi anni, il tuo allenatore è Mirko Nozzolillo e lo hai definito, in un’intervista, “una colonna fondamentale”. È questo rapporto così saldo il segreto per una carriera così ricca come la tua?

Non posso parlare per nessun altro se non per me stessa, perché ogni atleta ha delle esigenze totalmente diverse. Per quanto mi riguarda, sono sicura di non aver mai detto “no, perché tu” o “perché quello che mi fai fare tu“, c’è sempre stata una fiducia cieca, soprattutto nei primi anni. Io sono andata da Mirko nel settembre 2013, ora sono 12 anni che mi alleno con lui, quindi è super saldo come sodalizio. Però lo è stato dall’inizio, io proprio mi fidavo ciecamente. Quello che che mi veniva proposto, io lo seguivo.

Chiaramente poi quando diventi un’atleta più adulto, consapevole, magari ti confronti sulle cose, perché hai anche tu gli strumenti per dire “ma secondo te se facciamo così?“. E c’è sempre stato un rapporto di enorme rispetto professionale.

È una persona a cui voglio bene, che è diventata parte della mia vita, c’è un rapporto di amicizia, ma questo perché è una persona eccezionale, quindi io ci ho guadagnato nella mia vita. A livello professionale come allenatore per me è stato fondamentale avere una fiducia cieca.

Adesso sono passati 12 anni, per molti anni abbiamo condiviso anche l’ambiente della Nazionale, quindi insomma, partire, condividere esperienze, l’Olimpiade insieme. Io ho bisogno di un allenatore che stimo e che mi faccia piacere anche la quotidianità.

Come è cambiato il vostro rapporto negli anni? Oggi siete più maestro e allieva, o più due persone che si conoscono a fondo, anche nei silenzi?

È cambiato, come è normale che sia: mi ha preso vent’enne, adesso sono una donna adulta, ci si conosce di più a 360 gradi. Un’altra cosa che Mirko ha dovuto gestire è il mio infortunio al ginocchio, e un’altra serie di situazioni: conoscersi sportivamente nelle situazioni più complicate è un altro paio di maniche. Quando le cose vanno lisce, son tutti contenti, quando si rimane anche nelle situazioni secondo me più complicate, è vero che si ride insieme, però si piange insieme. Quello, come tante altre cose, ha rafforzato il rapporto.

Adesso fa parte del nostro accordo che io sono un po’ un outsider, quindi credo che mi lasci più libera di prima. Sa che non può avere delle aspettative a lungo raggio, io sto quasi per allontanarmi da questo ambiente: un conto è prendere una ventenne che deve fare ancora tantissime cose e un conto è decidere quando fare l’ultima gara.

Io mi sento sempre molto “allieva“, durante l’allenamento quello che mi dice Mirko è quello che mi dice allenatore, come se io avessi ancora 12 anni. Non c’è “ah vabbè lo so già“, io in acqua sono sempre un’atleta, quindi questo ruolo lo mantengo anche se chiaramente è cambiato l’impegno natatorio, è cambiata l’età, c’è più maturità, c’è grandissima confidenza.

NUOTO, INTERVISTA A SILVIA DI PIETRO: "NON AVEVO PIÙ VOGLIA DI GAREGGIARE, SINGAPORE È STATA UNA SORPRESA" 5
Credits: LEN

Parlando del corpo, hai affermato che “il mio corpo non è un corpo da uomo, ma un corpo da donna forte“. Come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con il corpo, considerando gli allenamenti, i cambiamenti fisiologici, la paura dei giudizi?

Quando ho detto quella frase, il contesto era quello di una conferenza sul genere femminile e a me veniva chiesta una prospettiva, chiaramente da atleta, sul corpo. E questo è un aspetto che forse lasciamo un po’ tacito perché è scontato, però effettivamente noi cresciamo sotto gli occhi di tutti e ci modelliamo, il nuoto ci modella o qualunque sport ci modella.

A me, per esempio, un corpo molto muscoloso non è mai piaciuto, non mi sento a mio agio con un corpo muscoloso. Ho imparato ovviamente ad apprezzarlo perché era uno strumento che mi permetteva di fare la cosa che mi piaceva, la cosa per cui io sudavo tutti i giorni, lavoravo, facevo sacrificio. Non non ho mai amato le attenzioni su di me, magari delle persone che enfatizzavano le spalle, piuttosto che i muscoli delle braccia, questa è stata per me un’attenzione che non gradivo.

Sono una che, ogni volta che sono in fase di lavoro, mette su massa e sono ben definita, si vedono i muscoli. Ogni volta, scherzando, dico a Mirko: “ecco, no, pure adesso, pure quest’anno” oppure “Ecco, no, mi volevo comprare quella maglietta” ma sono cose che qualsiasi nuotatrice ti può dire, il dover prendere una maglietta che rispetto alla tua fisicità è un po’ più grande. C’è quindi un processo di accettazione e di consapevolezza per cui devi pensare a quello che ti permette di fare il tuo corpo, che è sempre diverso. Non c’è un corpo da nuotatrice o nuotatore, ognuno ha la sua forma e le sue caratteristiche.

Alcune ragazze si allontanano dallo sport perché non gli piace il proprio fisico e si precludono di poter raggiungere degli obiettivi che loro stesse si erano prefissate per paura del giudizio esterno. E quindi era quello il fulcro del discorso: c’è lo stereotipo per cui forte è il corpo mascolino, perché è l’uomo ad essere forte, e invece la figura dell’atleta femmina è un messaggio potente ed utile a delle ragazze che vogliono semplicemente raggiungere i propri obiettivi e non dovrebbero crearsi problemi preoccupandosi del giudizio altrui. bensì sentirsi confortevoli nella propria fisicità.


Quando parli alle ragazze più giovani in Nazionale, cosa cerchi di trasmettere? C’è qualcosa che avresti voluto sentirti dire tu, quando avevi vent’anni?

Questa è una domanda difficile, perché ognuno è diverso. Certo, hanno una prospettiva che poteva essere la mia 10 anni fa e quindi sì, diciamo l’aspetto di affacciarsi e di avere magari paura che possa andar male la gara, molto banalmente però son quelle le paure: lavorare tanto e non riuscire ad esprimersi.

E non tutti cercano aiuto al di fuori, anzi, è difficile, perché ognuno ha il suo modo di gestire le pressioni e magari anche molto semplicemente, non chiedono consigli, magari non ne hanno neanche bisogno. Io quello che posso trasmettere è una prospettiva sicuramente più esperta perché sono passata attraverso tantissime situazioni, anche normalissime, però tante. Negli anni si passano tante fasi e sicuramente c’è stata, che ne so, una staffetta andata bene, una male, una squalifica, una situazione in cui c’è un ballottaggio, una situazione di scelta tra qualche atleta, tantissime cose.


Ringraziamo il Centro Sportivo dei Carabinieri – gruppo sportivo di appartenenza di Silvia Di Pietro – per la concessione all’intervista dell’Atleta.


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Profilo Autore

Sara
Sara
Laureata in Scienze Linguistiche, è entrata in piscina per la prima volta alla tenera età di 3 anni e da quel momento non se n'è più andata. Aspirante giornalista e intervistatrice per diletto, le piace parlare (dicono sia anche logorroica) e vivere di emozioni. Lo Sport è così importante che ha scelto un Master in Sport Digital Marketing & Communication.