RINUNCIO A RINUNCIARE

Ieri sera stavo per mollare. Dopo due ore di allenamento stavo per uscire dall’acqua, prendere l’accappatoio e andarmene. Perché dimmi tu che senso ha rinchiudersi in piscina alle nove di sera, dopo una giornata passata a fare avanti e indietro sui treni, solo per vedere che c’è qualcuno migliore di me? Dimmi tu che senso ha rischiare di farsi male, anche solo per cercare di prendere la palla?

Dimmi, per favore, qual è il motivo per cui dovrei stare qui a provare e riprovare un tiro che non vuole venire più come veniva fino a due settimane fa? Che senso ha lottare per costruire qualcosa, se poi basta una distrazione, un passaggio sbagliato per mandare tutto all’aria? Razionalmente, nessuno.

Perché in fondo la mia vita andrebbe avanti anche senza la pallanuoto, senza lo spogliatoio e senza le trasferte ho pensato. Anzi, magari avrei anche qualche sera libera in più, potrei andare a ballare o semplicemente andare a letto senza sentire i muscoli pesanti. E non sarei più costretta a fare fatica.

Ieri sera stavo per mollare e continuavo a chiedermi “Cosa ci faccio ancora qui? Tanto domani non gioco nemmeno”. Stavo per fermarmi, lo giuro. Stavo per dire “Io scendo qui, grazie a tutti.” Poi una mia amica mi ha chiesto di guardarla mentre provava un tiro di rimbalzo, perché qualcosa nel suo movimento non le tornava.

E così sono rimasta, semplicemente, naturalmente. Sono rimasta e l’ho guardata, le ho detto qualcosa che sicuramente non aveva nessuna valenza tecnica e poi sono andata a tirare io. E ho sbagliato, ma quello dopo l’ho fatto giusto e quello dopo ancora. Il quarto l’ho scagliato contro la traversa e mi sono arrabbiata con me stessa perché stavo cercando un modo per sistemare le cose e non riuscivo a trovarlo.

Mi sono arrabbiata e poi mi sono tranquillizzata, perché evidentemente ieri sera era una di quelle sere dove i movimenti più semplici decidono di diventare complicati. E poi mi sono sentita molto stanca e ho desiderato il letto con tutte le mie forze, ma in modo diverso da prima. Non l’ho desiderato come meta per una fuga, non volevo più andarmene da quella palestra, non volevo più mollare.

Perché se razionalmente fare tutto quello che faccio da dieci anni a questa parte non ha nessun senso, io non ho mai giocato a pallanuoto in maniera razionale. Mi sono sempre buttata, con il cuore a fare da traino e con tutto il resto del corpo al seguito.

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Perché anche se a volte mi faccio prendere dallo sconforto so benissimo che vale la pena di rinchiudermi in una piscina alle nove di sera dopo una giornata faticosa, dal momento che anche quando sono a lezione penso a quando mi tufferò in acqua. E ha senso continuare a provare, anche se c’è qualcuno che giocherà al mio posto, perché non è mica detto che le cose non possano cambiare.

E c’è un motivo, anche più d’uno, per continuare a provare un tiro, uno schema o una difesa anche se proprio non mi riesce. Perché quell’unica volta in cui capirò dove sbaglio e riuscirò a correggere il mio errore sarà la forza per riprovare altre mille volte.

Ed è vero, verissimo, che la mia vita potrebbe tranquillamente proseguire senza la pallanuoto, senza le mie compagne, senza i costumi e senza fare fatica. Ma non è quello che voglio che accada. Non voglio essere il tipo di persona che si arrende quando le cose non funzionano, non voglio essere il tipo di ragazza che cede alla prima difficoltà e nemmeno alla seconda e alla terza. Non voglio scegliere la via facile, non voglio avere tutto e subito. Voglio avere il coraggio e l’audacia di rischiare, di lavorare a testa bassa e di cadere. Ieri sera stavo per mollare. Ma non l’ho fatto.

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