Come trovare un equilibrio tra il desiderio di migliorarsi e il piacere di praticare sport, senza lasciare che la competitività prenda il sopravvento?
Una gara è appena terminata. Sul tabellone compare un tempo, forse un nuovo primato personale, forse un risultato lontano dalle aspettative. A bordo vasca ci sono gli allenatori, i compagni di squadra e, sugli spalti, i genitori. Ognuno osserva quel risultato con occhi diversi, portando con sé emozioni, aspettative e desideri.
Ma cosa resta, al di là del tempo e del piazzamento? E soprattutto, come possiamo aiutare i nostri figli a vivere la competizione senza perdere il piacere di nuotare?
Se siete mamme o papà di giovani atleti, probabilmente vi sarete posti questa domanda almeno una volta. Forse state cercando risposte, rassicurazioni o semplicemente qualche spunto di riflessione. E forse vi farà piacere sapere che molti altri genitori condividono gli stessi dubbi.
Perché accompagnare un figlio nel suo percorso sportivo significa anche imparare a trovare un equilibrio tra il desiderio di vederlo crescere, migliorare e raggiungere i propri obiettivi e quello, altrettanto importante, di saperlo felice e sereno.
L’equilibrio non è un traguardo, ma un percorso
Partiamo da una considerazione importante: competizione e divertimento non sono necessariamente due dimensioni contrapposte.
La voglia di mettersi alla prova, confrontarsi con gli altri, migliorare un tempo o raggiungere un obiettivo può essere una fonte di motivazione e soddisfazione. Allo stesso modo, divertirsi non significa prendere lo sport poco seriamente o rinunciare all’impegno.
La sfida è imparare a far convivere queste due dimensioni, rispettando i tempi, i bisogni e le caratteristiche di ogni giovane atleta.
Non esiste un equilibrio valido per tutti, né una formula che possa funzionare in ogni momento della crescita. Ciò che motiva un bambino può essere molto diverso da ciò che sostiene un adolescente. E anche all’interno dello stesso percorso sportivo, bisogni, emozioni e aspettative possono cambiare.
Per questo è importante che il miglioramento non riguardi soltanto gli aspetti tecnici, tattici e fisici, ma comprenda anche la dimensione mentale ed emotiva.
Il ruolo dei genitori, possibilmente attraverso una condivisione di valori e messaggi educativi, è quello di accompagnare questo processo con consapevolezza, riconoscendo le proprie risorse, ma anche le proprie fatiche.
Non si tratta di raggiungere una volta per tutte il giusto equilibrio, bensì di continuare a ricercarlo, insieme, nelle diverse fasi della crescita.
Imparare ad ascoltare, prima ancora di cercare risposte
Provate a pensare alle domande che rivolgete ai vostri figli al termine di una gara.
«Che tempo hai fatto?»
«In che posizione sei arrivato?»
«Hai migliorato il tuo personale?»
Sono domande naturali, che nascono dall’interesse e dal desiderio di partecipare alla loro esperienza sportiva. Ma possiamo provare ad affiancarne altre, capaci di aprire uno spazio di ascolto e di comprensione.
«Come stai?»
«Come hai vissuto questa gara?»
«Che cosa hai imparato oggi?»
Domande semplici, ma non sempre facili da porre. E soprattutto, domande alle quali dobbiamo essere pronti ad accogliere risposte diverse da quelle che ci aspettiamo.
Un figlio può essere deluso nonostante un buon risultato, arrabbiato per un errore oppure soddisfatto di una prestazione che, osservata soltanto attraverso il cronometro, potrebbe sembrare poco significativa.
L’importante è provare ad ascoltare senza giudicare immediatamente, riconoscendo che ciò che prova l’altro può essere diverso da ciò che proveremmo noi nella stessa situazione.
Anche questo significa accompagnare un giovane atleta: dare valore alla sua esperienza, non soltanto alla sua prestazione.
Anche dalle sconfitte si impara a crescere
Lo sport offre continue occasioni di apprendimento. Alcune arrivano dagli allenamenti, dalla fatica quotidiana, dai piccoli miglioramenti. Altre nascono dalle sconfitte, dagli errori e dalle aspettative disattese.
Rabbia, tristezza, delusione e frustrazione fanno parte di questo percorso. Non sono necessariamente emozioni da evitare o da cancellare il più velocemente possibile.
Genitori, allenatori ed educatori possono aiutare i giovani atleti a riconoscerle, comprenderle e trovare progressivamente le proprie strategie per affrontarle.
Questo significa anche imparare a guardare oltre il singolo risultato, inserendo ogni esperienza in un percorso formativo più ampio e a lungo termine.
Perché lo sport può diventare davvero una scuola di vita quando insegna non soltanto a vincere, ma anche a conoscere sé stessi, ad affrontare le difficoltà, a rispettare gli altri e a riconoscere il valore del proprio impegno.
E attenzione: nemmeno una medaglia è necessariamente sinonimo di felicità o benessere psicologico.
Dietro una vittoria possono nascondersi ansia, insoddisfazione, paura di non riuscire a ripetersi. Così come dietro una sconfitta possono esserci consapevolezza, soddisfazione e la percezione di aver compiuto un passo importante nel proprio percorso.
Non possiamo comprendere davvero come sta un atleta limitandoci a osservare il suo risultato.
Forse, allora, il modo migliore per conciliare competizione e divertimento è proprio quello di cambiare prospettiva. Allargare lo sguardo, andando oltre il singolo comportamento, il tempo sul tabellone o il piazzamento in classifica.
Ricordarci che dietro ogni atleta c’è prima di tutto una persona, con una propria storia, le proprie emozioni, risorse, fragilità e tempi di crescita.
E ricordarci, come genitori, che non dobbiamo necessariamente avere sempre la risposta giusta. Possiamo concederci di non sapere, di confrontarci, di imparare insieme ai nostri figli.
A volte, più che cercare risposte immediate, può essere importante imparare a porre le domande giuste. E soprattutto, trovare il tempo e la disponibilità per ascoltare davvero le risposte.
Guendalina Brizzolari
Psicologa dello Sport
www.psicologadellosport.it
Autore

- Ho conseguito la Laurea Specialistica in Psicologia Clinica nel 2011 presso l’Università degli Studi di Bologna, ho superato l’esame di abilitazione alla professione di Psicologo iscrivendomi nel 2012 all’Albo degli Psicologi della Toscana n. 6592. Da sempre sono appassionata di sport e fermamente convinta del valore educatico dello sport nella crescita di ogni individuo e dell’importanza dei processi mentali nelle performance sportive di ogni atleta/persona. Il suo benessere al centro! Infatti mi sono specializzata conseguendo il Master in “Mental Training e Psicologia dello Sport” ed il Corso FIT “Preparatore Mentale di 1°livello nel Tennis”, approfondendo ad esempio con seminari e corsi tematici, su biofeedback nello sport, basi di PNL, training autogeno, ansia e disturbi psicosomatici etc. Faccio parte della FIPSiS Federazione Italiana Psicologi dello Sport e faccio sono nel Registro di Psicologia e Coaching nello Sport . Svolgo attività in studio in libera professione con consulenze psico-sportive per Atleti (percorsi di mental training, gestione ansia pre-gara-gestione dell’infortunio), consulenze psico-sportive per Allenatori ( organizzo anche Corsi di Formazione per gli staff tecnici) e consulenze psicologiche di sostegno e promozione del benessere (consulenze psicologiche individuali e sostegno alla genitorialità). Parallelamente svolgo attività “in campo” presso Società Sportive attraverso progetti creati ad hoc. Faccio divulgazione alla cittadinanza sull’importanza dell’attività sportiva e in contesti sportivi, affrontando le principali tematiche di psicologia dello sport (anche scrivendo articoli in siti online di sport). Mente e corpo facce di una stessa medaglia, entrambi allenabili per ottenere grandi risultati.
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