LE BASI DELLA TECNICA NEL NUOTO by AQA Rivista

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"Agli allenatori di nuoto piace molto complicarsi la vita ma la realtà, a meno che non dobbiate allenare un atleta di altissima prestazione, è che le cose da sapere per nuotare bene sono molto poche. Il difficile è applicarle. Definiamo tecnica sportiva l’insieme di eventi motori, più o meno complessi, organizzati nella loro struttura in modo da adattare il comportamento dell’atleta alle caratteristiche degli attrezzi e dei materiali (nel nostro caso essenzialmente il costume), dell’ambiente, degli avversari, delle regole."

Questo articolo è il primo (speriamo di una lunga serie) della nostra nuova rubrica Nuoto & Tecnica, realizzata grazie a due importanti collaborazioni con AQA Rivista (un magazine di informazione attento ai cambiamenti e alla crescita culturale del nuoto e delle attività legate all'acqua) e con Paolo Gasparotto, ideatore e autore di nuotofacile.com; l'articolo introduttivo di oggi è stato scritto da Federico Gross, direttore responsabile di AQA Rivista.

"Ciò che chiediamo alla tecnica natatoria è di produrre un comportamento motorio acquatico efficace (capacità di nuotare a velocità elevate) ed efficiente (capacità di mantenere una data velocità per un tempo prolungato), dove il velocista sarà più interessato all'efficacia e il fondista all'efficienza. Il problema principale è il mezzo nel quale ci muoviamo: l’acqua è un fluido con una densità circa ottocentotrenta volte più densa dell’aria, che offre un appoggio cedevole e presenta una resistenza progressiva, che aumenta all'incirca con il quadrato della velocità (a parità di sezione frontale, raddoppiando la velocità la resistenza quadruplica).

Se questo non bastasse, il moto ondoso e i vortici che si creano particolarmente sulla superficie dell’acqua rendono ulteriormente complesso l’avanzamento del nuotatore. L’unico punto a suo favore è rappresentato dalla spinta idrostatica (principio di Archimede), cioè la spinta dal basso verso l’alto ricevuta da un corpo immerso e proporzionale alla quantità di liquido spostato: più avanti vedremo come sfruttarla a nostro favore.

Nello sviluppo della tecnica di nuotata si opera quindi in modo totalmente contro intuitivo: se sulla terraferma la resistenza dell’aria è trascurabile e di conseguenza un corridore si preoccupa prima di aumentare la propulsione e poi di ridurre la resistenza (trascurabile, dell’aria), in acqua è esattamente il contrario: prima è necessario ridurre al minimo le resistenze, poi ci si può preoccupare di aumentare la propulsione. Tanto è vero questo principio che quando può, nei primi quindici metri di ogni vasca, il nuotatore rinuncia alla spinta delle braccia pur di rimanere immerso e sottrarsi a tutte le resistenze (turbolenze, onde, vortici, ecc) che si generano in superficie.

Nuotata subacquea a parte, come si riducono le resistenze?

  1. Controllo della respirazione: più a lungo il nuotatore trattiene aria nei polmoni più il tronco galleggia, riducendo la porzione di corpo immersa e quindi la sezione frontale all'avanzamento
  2. Rilassamento muscolare: rilassare la muscolatura non impegnata nella propulsione, oltre a ridurre il consumo di ossigeno, migliora la spinta idrostatica: un muscolo rilassato si distende sull'acqua, spostandone una maggiore quantità. Non ci credete? Provate a fare la “stellina” con i muscoli rilassati e poi con i muscoli contratti
  3. Postura: rana a parte, che per motivi di regolamento è uno stile con logiche tutte sue, il nuotatore deve mantenere una posizione il più possibile distesa ed allungata sull'acqua, quella che gli anglosassoni chiamano streamline
  4. Continuità della bracciata: in acqua davvero chi si ferma è perduto. Minime interruzioni del ciclo propulsivo lasciano il nuotatore in balia di un muro d’acqua che lo rallenta istantaneamente. Questo è il motivo, tra l’altro, per cui il crawl è uno stile più rapido della farfalla (farfalla! Non delfino, ma su questo magari torneremo in un’altra occasione): bracciata meno potente ma più continua
  5. Senso-percezione: banalmente, la capacità di sentire l’acqua, da un lato assumendo sempre la posizione più idrodinamica, dall'altro, e iniziamo a parlare di propulsione, la capacità di individuare sempre il punto nel quale l’acqua offre la maggiore resistenza e sul quale applicare la forza. Questa è esattamente la dote che distingue il nuotatore mediocre dal campione. Esagerando ma non troppo potremmo dire che il talento sta nel palmo della mano. Cercate in rete qualche video in slo-mo di nuotatori di altissimo livello o, meglio ancora, di sincronette, e osservate come le continue micro correzioni dell’angolo di attacco della mano e dell’avambraccio consentono a questi atleti di trasformare lo sforzo muscolare in avanzamento.

Dopo aver lavorato correttamente su questi presupposti di natura coordinativa ci si può concentrare sull'aumento della propulsione con un allenamento di tipo condizionale, cioè aumentando forza resistenza e velocità secondo i principi di continuità, progressività, multilateralità, alternanza del carico fisico. La corretta applicazione di questi principi è definita dalla teoria dell’allenamento, che produce tutte le strane sigle (A1, B2,C3 ecc) che vedete comparire sui taccuini dei vostri allenatori.

Altro elemento chiave ai fini della propulsione è il mantenimento/miglioramento della mobilità articolare: una maggiore escursione articolare consente di aumentare la passata subacquea, cioè la fase propulsiva della bracciata. A questo proposito chiariamo subito che non esiste una tecnica di nuotata universalmente efficace. Dopo decenni di tecnica imposta gli allenatori più avveduti hanno compreso il valore della biodiversità, cioè lo sviluppo dei punti di forza di ciascun nuotatore.

Questa autentica rivoluzione culturale, peraltro non universalmente condivisa se ancora oggi vediamo squadre di ragazzini nuotare tutti allo stesso modo, ha due papà (non ce ne vogliano gli attivisti no gender): Mark Spitz, il più grande nuotatore del ventesimo secolo, e il suo mentore James “Doc” Counsilman, che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta battezzò il nuoto moderno rivoluzionando la tecnica del crawl inserendo il rollio delle spalle in un panorama di atleti che nuotavano piatti come tavole da surf. E che per questo, inizialmente, veniva spregiativamente ribattezzato “the crab”, il granchio.

LEGGI LA BIOGRAFIA DI MARK SPITZ

Quando il granchio si issò per sette volte sul gradino più alto del podio olimpico a suon di record del mondo, anche i più ostinati tradizionalisti dovettero prendere atto che il nuotatore non è una marionetta da tirare con i fili ma un essere senziente che deve essere aiutato a individuare la tecnica di nuotata più adatta alle proprie caratteristiche psicofisiche. O, se preferite, il proprio stile. Definiamo quindi fondamentali l’insieme delle strategie motorie messe in atto da tutti gli atleti che eseguono una determinata nuotata in modo efficace ed efficiente, e stile l’insieme degli adattamenti individuali al mezzo agli stimoli allenanti e ai vincoli imposti dal regolamento.

Riassumendo: è il campione che fa la tecnica e non viceversa. Ne consegue che l’allenatore deve in primo luogo essere un eccellente osservatore perché non esiste un modello stilistico universale.

Federico Gross
per AQA Rivista

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