IL MANUTENTORE - PARTE I

IL MANUTENTORE - PARTE I

9 Marzo 2021 Off Di Stefano Ciollaro

Continua la rubrica Il magnifico mondo del nuoto curata da Stefano Ciollaro. Oggi vi proponiamo la prima parte del racconto intitolato Il Manutentore.


Il cancello dalle inferriate alte e possenti era chiuso e l’unico modo per oltrepassarlo sarebbe stato scavalcare. La catena che lo avvolgeva si era rivelata troppo spessa e resistente da poter essere falciata, così i tre ragazzi si erano liberati dell’arnese che avrebbe dovuto compiere l’arduo sforzo di spezzarne gli anelli di ferro. Aiutandosi a vicenda si aggrapparono con i polpastrelli al bordo più in alto dell’ostacolo che si parava innanzi a loro, uno slancio con i quadricipiti, poi il salto nel vuoto, e finalmente atterrarono dall’altra parte.

Adesso si presentavano due strade, la prima portava sul retro dell’oscuro edificio, ma da lì non avrebbero potuto accedervi in alcun modo all’interno, non vi erano porte né accessi. Alla loro destra, invece, c’era la via che li avrebbe condotti dritti all’ingresso principale. Questa era costeggiata da siepi tenebrose che si mescolavano con il buio della notte creando giochi di ombre e sfumature omogenee. Solo la luna in alto a vegliare sulle loro teste scoperte illuminava i passi verso la meta misteriosa.

S’incamminarono furtivamente accovacciandosi leggermente sulle ginocchia, un sassolino fu scaraventato lontano da un passo maldestro e scricchiolò in quel silenzio di tomba.

“Shhhhh!” si voltò il ragazzo col cappotto beige che era in testa al gruppo ordinando loro di stare fermi. Rimasero così per un attimo, immobili, i polmoni si gonfiavano e sgonfiavano nel petto, nei timpani rimbombava il vuoto, come se fossero rimasti soli nell’universo.

“Andiamo, ma dobbiamo fare piano” disse sottovoce Diego dando le spalle agli altri due compagni di avventura. Questi si guardarono a vicenda sbarrando gli occhi, il candore lunare si rifletteva nelle loro pupille già infettate dalla paura.

“Io non ce la faccio” Anna s’impiantò al terreno, mentre la distanza con gli altri aumentava vistosamente.

Daniele, il ragazzo con la bandana che gli copriva il volto risparmiando solo gli occhi vigili, ritornò sui suoi passi veloce, la afferrò per il braccio, delicatamente, “Non puoi rimanere qui, e poi da sola non ce la faresti mai a scavalcare di nuovo il cancello”.

La ragazza coi capelli castani che si confondevano nella notte non aveva altra scelta e fu costretta a rimettere in moto i muscoli impietriti.

“Sarei dovuta rimanere a casa a studiare quel maledetto esame di Chimica Fisica 2” rimpianse in cuor suo i libroni che giacevano ad aspettarla sulla scrivania della stanzetta.

Giunti all’ingresso principale finalmente, Daniele tirò fuori dalla tasca due forcine, sarebbero servite per forzare la porta principale di solido vetro, questa lasciava intravedere l’abisso dall’altra parte. Il ragazzo aveva osservato attentamente e studiato, notte dopo notte fino a quando le venuzze negli occhi non gli si riempivano di sangue, infiniti tutorial su come scassinare ogni modello di serratura.

Diego, intanto, aveva impugnato la torcia pronta all’uso che custodiva nel suo inseparabile zainetto in pelle.

L’abile scassinatore aveva già dato il via alla sua millimetrica opera di precisione, si sentivano solamente piccolissimi scricchiolii nella notte simili a friabili ossa che si spezzano.

Anna fece un passo avanti e afferrò impavida la maniglia dorata e liscia, la tirò verso il basso, il varco si rivelò essere già aperto.

Si fissarono l’un l’altro sorpresi, non se lo sarebbero mai aspettati un evento simile, certamente a loro favore, o forse no. Qualcuno l’aveva lasciata così di proposito in attesa che entrassero? Quel dubbio rimbombava nella testa dei tre ragazzi che volevano darsi una risposta a tutti i costi adesso.

Diego accompagnò delicatamente la pesante apertura in avanti per permetterne il passaggio, gli ingranaggi erano stranamente oliati e puliti, fatto alquanto anomalo dal momento che quella struttura, una piscina del tutto abbandonata, non vedeva alcuna anima viva da decenni ormai.

Era stata costruita solitaria nel bel mezzo della campagna. Un tempo aveva ospitato una folta squadra di nuoto, giovani promesse, e tantissime competizioni alla domenica, che poi si trasformavano in grandi festosi picnic all’aperto nei campi circostanti. Poi, per cause rimaste per sempre ignote, un giorno aveva chiuso i battenti, lasciando a secco i nuotatori ancora con i borsoni in spalla, al di là di quel cancello, da allora mai più riaperto.

All’epoca dei fatti, i giornali locali pubblicarono articoli molto confusi che parlavano della presunta scomparsa di una persona, forse il vecchio manutentore. Nessuno lo aveva mai più visto in giro per il paese e nessuno ne parlava volentieri. Solo gli anziani azzardavano a raccontare qualcosa,  seppur fatti ingarbugliati, dicevano che il vecchio manutentore non aveva mai avuto né parenti né amici, e che viveva notte e giorno in piscina, diventata la sua più grande ossessione e maledizione, tanto da condurlo alla pazzia totale. Ma nessuna di quelle dicerie era mai stata dimostrata, e rimanevano solo chiacchiere portate via dal vento come foglie appassite, per spaventare i più piccini.

Ed era l’arcano mistero della piscina abbandonata che Diego, Anna e Daniele volevano portare finalmente alla luce.

Per sette giorni e sette notti si erano appostati al riparo nell’auto su una collinetta poco lontano che permetteva di osservare l’intera struttura dall’alto. Questa si presentava completamente degradata: l’intonaco delle mura esterne era crollato come la cera di una candela che si scioglie, grondava di erbacce e di grigia umidità che scorreva come il sangue da una profonda ferita, il tetto era ormai del tutto bruciato e martoriato dal sole, la ringhiera che delimitava l’intera area appariva arrugginita e pericolosamente appuntita. Dall’avamposto non si riusciva a scorgere nient’altro, ma tanto bastava per escogitare un piano per entrare.

“Che cos’è quella luce?” esclamò Diego staccandosi repentinamente dallo schienale come se questo fosse diventato incandescente, indicò un punto non molto preciso in direzione della piscina. Daniele ripulì con il palmo della mano il parabrezza che gli offuscava la visuale a causa del fitto vapore creatosi nell’abitacolo.

Anna si era addormentata da un pezzo e sentendo quell’esclamazione si risvegliò di soprassalto.

“Io non vedo proprio nulla” rispose Daniele scrutando attentamente in lontananza con l’ausilio di un binocolo.

“Sciocco! E’ tutto buio, cosa vuoi vedere con quel coso?” Anna spense subito l’entusiasmo del ragazzo.

“Zitta tu, che russavi come un treno” rispose lui facendole una smorfia.

“Sono sicuro di aver visto qualcosa!” ripeté ancora Diego uscendo dalla macchina.

“Sarà stata la tua immaginazione” provò a spiegare Anna che intanto si era infilata gli occhiali da vista per vederci meglio. Si intrufolò tra i due sedili, strizzò gli occhi, ma non le apparve nulla di strano.

Diego si sedette sul cofano della macchina, il calore del motore risalì piacevolmente su per la schiena.

“Non stavo immaginando, non stavo immaginando” ripeté a se stesso.

“Domani notte entriamo” e richiuse la portiera con un colpo secco.


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Leggi anche la seconda parte del racconto di Stefano Ciollaro → IL MANUTENTORE - PARTE II


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Profilo Autore

Stefano Ciollaro
Stefano Ciollaro
Mi chiamo Stefano Ciollaro, sono nato nel 1990 e la mia vita, da sempre, gravita intorno ad un unico elemento, l’acqua: quella salata dei nostri splendidi mari, quella dolce dei laghi, quella che profuma di cloro delle piscine. A tutto ciò si lega indissolubilmente il magnifico mondo del nuoto, che per me rappresenta gioia, armonia, equilibrio.